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giovedì 6 giugno 2019

LE RAZZE UMANE ESISTONO?


LE RAZZE UMANE ESISTONO? Quest'articolo rappresenta le conclusioni di un'inchiesta basata su documenti, articoli, grafici - portata avanti per otto settimane da alcune ragazze della II E tur: brave fanciulle! 

“I pregiudizi sono le catene forgiate dall’ignoranza per tenere separati gli uomini”
Marguerite di Blessington

“Provate a pensare un attimo a quali sono le vostre origini…le conoscete tutte? Non credo. Questo perché non possiamo saperlo. Personalmente io sono un vero e proprio mix di nazionalità e culture: i genitori di mia nonna paterna erano ebrei russi, mentre quelli di mio nonno tedeschi inglesi; e se andiamo a sommare mio padre americano e mia madre italiana è incredibile quante culture e nazionalità possano intrecciarsi in una sola persona” 
Zoe Bratt

Col tempo tante delle cosiddette conoscenze biologiche sulla razza si sono rivelate semplici pregiudizi, decorati con qualche dato raccolto come si poteva e interpretato ancora peggio.
Per prima cosa è necessario dare una definizione al termine “razza” cioè un gruppo di individui di una specie contraddistinti da caratteri esteriori ed ereditari comuni. È anche vero che, come dice Barbujani, questo termine nel corso del tempo ed oggi è usato con significati diversi che, spesso utilizzati in modo scorretto, portano a discussioni inutili e inconcludenti. Quindi per comprendere ciò di cui si parla veramente in questo articolo dobbiamo dire che si parla di “razza biologica” cioè qualcosa che possiamo studiare con i criteri della scienza.
Ci sono specie in cui esistono razze biologiche, perché gli individui sono stati isolati geograficamente così a lungo da accumulare mutazioni specifiche e distinte tra i diversi gruppi. Questo è quanto è accaduto agli scimpanzè che sono infatti oggi divisi in quattro razze. Al contrario nella specie tonno pinna gialla gli esemplari sono molto mobili e si allontanano dal territorio in cui sono nati, garantendo un continuo rimescolamento di DNA. Così facendo difficilmente si formano gruppi di individui che accumulano un numero di mutazioni tale da poter essere considerati distinti. Gli uomini sono come il tonno pinna gialla: non sono stati isolati geograficamente abbastanza a lungo da creare varietà genetiche distinte. Per questo motivo il termine razza non può essere attribuito alla specie umana. La somiglianza genetica del genere umano è dovuta alle continue migrazioni in corso negli scorsi millenni ed in atto ancora ora, che hanno definito scambi e unioni di geni fra persone di diverse aree geografiche.
Le radici dell'umanità appartengono ad un unico ceppo africano ma, una volta che i gruppi umani si sono diffusi nel globo, ognuno ha sviluppato un fenotipo adatto alla specifica regione della Terra in cui si è insediato. La nostra diversità, infatti, ha una struttura geografica: individui che vivono in posti geograficamente vicini hanno un aspetto simile tra loro. Attenzione però: spesso, non sempre! Mettiamoci alla prova con il ritratto sottostante.
  


Tutto noi diremmo che è Africana perché ha i capelli crespi, la pelle molto scura e le labbra carnose. Invece viene dalle isole Andamane in Asia!

Fino al Novecento molti studiosi si dichiarano convinti non solo dell’esistenza delle razze umane ma anche che a diverse “razze” corrispondano diversi livelli di sviluppo intellettuale. Pensiamo anche ai milioni di morti durante la Seconda Guerra Mondiale a causa della teoria della razza ariana portata avanti dai nazisti. Bertolt Brecht provò tanto imbarazzo e vergogna ad essere tedesco e scrisse per l'appunto in versi contro la Germania: “Parlino gli altri della propria vergogna, io parlo della mia”. Il partito nazista tedesco fu da sempre apertamente razzista, antisemita e si battè per la purezza biologica, condannando la mescolanza delle razze.

Nella seconda metà del Novecento, la scoperta del DNA dà il via ad una nuova fase della biologia. Il DNA è in tutte le nostre cellule, organizzato in 46 cromosomi. Nel 2003 viene pubblicato il primo genoma umano intero e seguono i risultati di un progetto che sembrava fantascientifico: leggere il genoma di mille persone cominciato a Cambridge nel 2007. Questo conduce a varie conclusioni come: ogni cellula della stessa persona ha un genoma identico e tutte le cellule hanno la stessa sequenza di basi nel DNA. Oggi abbiamo il confronto tra il genoma completo di un essere umano e quello di uno scimpanzé: le differenze sono intorno appena al 2%. Ancora più stupefacente è il confronto tra due membri della nostra specie: in media, abbiamo in comune con qualunque sconosciuto il 99.9% del nostro DNA!

A queste conclusioni era già arrivato Luca Cavalli-Sforza, che è stato uno degli scienziati italiani che ci ha lasciato prove concrete e solide ancora oggi. Egli per provare che le razze umane non esistono ha sviluppato la matematica necessaria per analizzare tutti i vari dati e ha utilizzato i gruppi sanguigni e i geni. È proprio analizzando questi dati che ha ottenuto qualcosa che fino ad allora era insospettato cioè che, a causa dei continui flussi migratori, le popolazioni hanno continuato a rimescolarsi in giro per il mondo fino a non molto tempo fa.
Abbiamo l’esempio delle gemelle Biggs che si sono guadagnate la copertina di National Geographic nell’aprile del 2018. Fin da piccole, le gemelle mostravano tratti simili ma combinazioni di colori molto diversi. Marcia aveva i capelli biondi e la pelle chiara come la mamma inglese, Millie i capelli e la pelle scura come il padre di origine giamaicana.



Tutto questo ci porta ad un’unica conclusione logica: le razze umane non esistono ma sono solo una convenzione sociale.

Testo collettivo di 
Francesca Dapelo, Martina Rossi, Monica Melo, Silvia Parziale, Nicole Bacigalupo, II E tur


- Guido Barbujani, “Gli Africani siamo noi”, edizioni Laterza, 2016
- National Geographic, aprile 2018         
- Claudia Borgioli, Sandra von Borries, Emanuela Busà “Biologia”, De Agostini, 2017









mercoledì 15 maggio 2019

Romanzo inedito a puntate - Innamorata di un sogno 4

Continua la pubblicazione del romanzo a puntate scritto da Chiara Benassi della II E TUR
QUI  la terza puntata.



Quella notte sognai di nuovo degli occhi, ma stavolta erano ancora più irreali: gialli contornati da una leggera riga rossa. Nonostante fossero un po’ inquietanti, non avevo paura. Come la notte prima mi infondevano sicurezza…
Anche questa notte vedevo solo questi
occhi e nient’altro. Attorno era tutto buio. Erano bellissimi… Rimasi incatenata a quei fantastici occhi. Sentivo il cuore in gola, come se avessi corso e un qualcosa che si rimescolava dentro di me. Come la notte prima, nel mio sogno non c’erano suoni o rumori.
Ed eccolo! Un forte battito d’ali alla finestra. Questa volta guardai direttamente la finestra. Non vidi nulla, allora scesi dal letto e mi affacciai alla finestra. Stelle, stelle e ancora stelle! Ma sul davanzale, ecco la piuma!
Guardai Ryan, indecisa se svegliarlo o no. Decisi di no, dormiva come un sasso…
Istintivamente guardai la sveglia…
Anche questa volta non riuscii a dormire e rimasi a guardare la piuma: era davvero bella, come quegli occhi…

Anche quella mattina vidi l’alba, poi, verso le 6.00 sentii suonare la sveglia di Ryan. Chissà perché è suonata? Scesi per spegnergliela, ma lui fu più rapido di me.
“Ehi! Ciao Scimmietta!” lo salutai
“Buongiorno Tata!” mi rispose assonnato
“Stavo per spegnerti la sveglia…”
“Menomale che l’ho sentita, allora!”
“Non capisco!”
“L’ho messa apposta per essere sicuro di svegliarmi prima di mamma e papà!”
Lo abbracciai. Sapevo quanto odiasse svegliarsi presto alla mattina, ma lui aveva messo la sveglia per poter parlare con me!
“Allora! Da quanto sei sveglia?” mi chiese, sciogliendo l’abbraccio.
Non gli risposi subito. Prima presi post-it, puntine, penna e piuma. “Dalle 3.33!” gli risposi, infine.
“Sul serio?!”
Annuii “Ho anche fatto lo stesso sogno… L’unica differenza la vedi dalla piuma.”
“Il colore degli occhi.” dedusse lui.
“Già…”
“Aspetta un momento! Degli occhi gialli e rossi?!”
“Bellissimi…” dissi “Erano gialli con una lieve linea rossa come contorno!”
Lui scrisse tutto quanto sui post-it e li appiccicò vicino a quelli che aveva scritto il giorno prima. “Quindi niente suoni o rumori…”
“No. Tutto il resto era buio e silenzio.”
“E poi c’è lui…” disse prendendo la foto che avevo scattato in spiaggia allo strano uccello.
“Già… Chissà che uccello era?”
Restammo un po’ a guardare quella foto e poi feci un collegamento: “Ehi, aspetta un attimo! Se la piuma di ieri era sua, forse è sua anche quella di questa notte!”
“Non ti seguo…” rispose mio fratello.
“Immaginati questo uccello anziché blu notte, con colori che vanno dal giallo al rosso…”
Ryan studiò l’immagine cambiando il colore nella sua mente, intanto io mi ero alzata ed ero andata a prendere l’unico libro che ieri non avevamo consultato: animali fantastici.
Appena presi il libro dalla mensola, Ryan si illuminò: “Una fenice!”
“Esatto!” gli risposi, cercando nel libro la pagina che ne parlava.
“Ma non può essere lo stesso animale! Come può cambiare colore? E in una notte, poi! Non è normale!”
“Ti sfido a trovami qualcosa di normale in questa storia, Ryan!” gli risposi continuando a cercare.
“Trovato!” esclamai alla fine “Le fenici, chiamate anche uccelli di fuoco, sono uccelli mitologici noti per il fatto di rinascere dalle proprie ceneri dopo la morte.” lessi.
“Quindi Chiunquesia ogni tanto prende fuoco e rinasce dalle proprie ceneri?”
Annuii continuando a scorrere le pagine per vedere se riuscissi a trovare qualche altra informazione utile.
“È inquietante…” disse Ryan quasi tra sé
Io scossi la testa e chiusi il libro: “Io ne sono affascinata e comunque la mia idea potrebbe non essere giusta…”
“Ok… Potremmo andare di nuovo in spiaggia come ieri e se lo becchiamo di nuovo avremo la conferma che la tua ipotesi è giusta!”
“Sì, proviamoci!” acconsentii.


Chiara Benassi, II E TUR

domenica 28 aprile 2019

Romanzo inedito a puntate - Innamorata di un sogno 3

Continua la pubblicazione del romanzo a puntate scritto da Chiara Benassi della II E TUR
QUI  la seconda puntata.



Nel pomeriggio, io e Ryan andammo alla spiaggetta vicina a casa nostra. Non era una fantastica spiaggia tropicale, ma era abbastanza carina. Portai con noi la mia adorata chitarra Sissi. A Ryan piaceva sentirmi suonare… Iniziai a suonare qualcosa, ma il pensiero della notte appena trascorsa non mi abbandonava mai, così, dopo poche note, smisi di suonare.
“Tutto bene?” mi chiese mio fratello
Io annuii poco convinta e mi misi a guardare il mare
“E’ per il sogno, vero?”
Annuii di nuovo “Ma non parliamone adesso.” dissi, alzandomi. “Ti va una nuotata?”
“D’accordo Tata!” rispose, alzandosi a sua volta, ma come fu in piedi… “A chi arriva prima!” disse, iniziando a correre.
“Ehi!” esclamai e mi misi all’inseguimento. Quando lo raggiunsi eravamo già a riva, lo presi in braccio e lo buttai in acqua.
Riemerse tossendo e ridendo nello stesso tempo. Lanciò indietro i capelli e si avvicinò a me. Iniziò a farmi il solletico, finché caddi anch’io in acqua.
Rimanemmo in acqua a schizzarci per tutto il pomeriggio, fino a quando nostra madre non arrivò per dirci che era ora di cena. Allora uscimmo e andammo a farci la solita doccia gelata della spiaggia.
Appena ebbi finito la doccia Ryan attirò la mia attenzione: “Guarda là!” Seguii il suo dito e vidi un uccello stranissimo dello stesso colore della piuma, probabilmente era sua, e, di conseguenza, dello stesso colore del mio sogno…
Scambiai uno sguardo d’intesa con mio fratello e, con cautela, mi avvicinai al mio telefono. Riuscii a fargli una foto prima che spiccasse il volo.
Dopo cena io e Ryan ci chiudemmo in camera e io stampai la foto che appendemmo dietro lo specchio insieme al resto.
“Che uccello sarà?” mi chiese Ryan
“Stavo cercando qualcosa su Internet. Tu guarda se trovi qualcosa in qualche libro!”
Dopo circa un’ora di ricerca sia su Internet che in tanti libri eravamo ancora al punto di partenza. “Ti prego, pietà!” disse Ryan, sdraiandosi sul letto.
“D’accordo Scimmietta!” dissi, ridendo
“C’è qualcosa alla tele?” chiese.
“Non lo so. Guardiamo!”
Trovammo Karate Kid. Il nostro film preferito. Lo avevamo visto un milione di volte e ancora avremmo preso a botte Johnny e i suoi amici quando picchiano Daniel alla festa di Halloween, io impazzivo durante la scena in cui Daniel e Ali si baciano e Ryan sognava la macchina che Miyagi regala a Daniel al suo sedicesimo compleanno.
Quando arrivammo alla mia scena preferita, mi accorsi che Ryan dormiva alla grande. Allora sgombrai il suo letto dall’enorme quantità di libri che avevamo consultato, lo presi in braccio e lo posai delicatamente nel letto.
Poi mi accorsi che non avevamo girato lo specchio e rimisi tutto in ordine, come doveva essere. Finii di guardare il film e cercai ancora qualche informazione in alcuni libri.
Niente di niente. Quello strano uccello blu restava un mistero…
Mi arresi e spensi la luce, ma rimasi sveglia ancora per un bel po’, pensando a quello che avevo provato in quel sogno.
Ero rimasta colpita da quel colore così intenso. Non avevo paura, nonostante fosse una persona completamente sconosciuta, mi infondeva sicurezza…
Cercai di pensare il più a lungo possibile, ma, alla fine, il sonno ebbe il sopravvento e gli occhi mi si chiusero da soli…
Un nuovo sogno mi attendeva…

                                                                                                                     Chiara Benassi, II E TUR

giovedì 18 aprile 2019

Romanzo inedito a puntate - Innamorata di un sogno 2

Continua la pubblicazione del romanzo a puntate scritto da Chiara Benassi della II E TUR
QUI  la prima puntata

Quando vidi il cielo schiarire, ero già in piedi da un pezzo.
Quando mi accorsi che stava sorgendo il sole andai alla finestra rivolta ad est e vidi il cielo diventare prima azzurro, poi bianco, giallo e oro. Poi vidi spuntare il sole: lo spettacolo più bello del mondo!
Quando lo spettacolo fu finito, mi rimisi a sedere sul divano, guardando la piuma. Dopo qualche ora, arrivò mia madre che si stupì che io fossi già in piedi e mi disse che sarebbe andata in paese a fare qualche compera e che sarebbe tornata entro le 11.30.
Bene! Così posso parlare con Ryan!
Ovviamente non le dissi niente della piuma. Le dissi solo che non riuscivo a dormire e quindi mi ero alzata per vedere l’alba.
“Preparo io la colazione a Ryan!” dissi “Tu vai tranquilla!”
“Grazie, tesoro!” mi rispose, prese la giacca e uscì.
Con calma preparai la colazione e, visto che mio fratello non scendeva, decisi di salire io. Presi un vassoio, ci posai sopra due tazze di latte e salii.
Ryan dormiva ancora. Posai il vassoio sulla scrivania e mi sedetti accanto a lui. Era mezzo scoperto e abbracciava il cuscino, come quando era piccolo. Gli passai una mano tra i capelli spettinati e lui aprì appena gli occhi. “Buongiorno Scimmietta!” gli dissi.
“Buongiorno Tata!” mi rispose, mettendosi a sedere sul letto.
“Ti ho portato la colazione!”
“Grazie! Da quanto tempo sei sveglia?”
“Da stanotte!”
Sgranò gli occhi, improvvisamente sveglissimo. “Non hai più dormito?”
Scossi la testa.
“Ti ha sconvolto così tanto quel battito d’ali?” mi chiese.
“Non è stato il battito d’ali… Ma questa!” dissi, mostrandogli la piuma.
“Una piuma?!” disse scettico.
“Guarda il colore! Non è normale!”
La prese e la studiò. “In effetti hai ragione… L’hai trovata sul davanzale?”
Annuii “E non è tutto! Quando mi sono svegliata per il rumore delle ali stavo sognando degli occhi.”
“Degli occhi?” mi chiese curioso.
“Sì, degli occhi dello stesso colore di questa piuma.”
“Interessante…”
“Non può essere una coincidenza, capisci?”
Lui annuì, continuando a guardare la piuma. “Questo fa supporre che il battito d’ali non te lo sia sognato e che tutto sia collegato col tuo sogno…”
“Già…”
Poi Ryan si alzò di corsa e prese una penna e il mio blocchetto di post-it dalla scrivania. “Raccontami bene il tuo sogno!” mi disse.
“Non c’è molto da dire. Vedevo solo questo paio di occhi blu notte che mi fissavano. Non avevano un’espressione particolare e non so se fossero di un maschio o di una femmina.”
“Oltre agli occhi non vedevi nient’altro, quindi…”
“No. Tutto il resto era buio.”
Mentre parlavo aveva scritto qualcosa sul primo post-it del blocchetto, poi girò lo specchio che avevamo in camera e ce lo appiccicò dietro. “Questo è il tuo sogno.” disse, poi scrisse qualcos’altro su un altro post-it e lo appiccicò a fianco a quello di prima “Questo è l’orario di quando hai sentito le ali e… abbiamo delle puntine?”
“Credo di sì, ma che vuoi fare?”
“Dove?” mi chiese ignorando la mia domanda
“Guarda nel cassetto…”
“Trovate! …E qui abbiamo la piuma!” disse, appuntandola a fianco ai post-it.
“Mi vuoi spiegare?” gli chiesi
“Si vede che non guardi i polizieschi!” lui ne era appassionato, io li detestavo “Allora su questo post-it ho scritto il tuo sogno: occhi blu, nessuna espressione, maschio o femmina, buio intorno”
“Ok…”
“Poi in questo ho scritto l’orario in cui hai sentito il battito d’ali: le 3.33”
Annuii “C’è qualcosa di strano anche nell’orario. Le 3.33…” dissi quasi tra me.
“Già!” acconsentì lui “E poi ho attaccato la piuma che è l’unica prova materiale che abbiamo”
“D’accordo… Come pensi di risolverla questa cosa?”
“Non lo so. Finora abbiamo troppi pochi indizi…”
“Quindi dovrei… procurarmene degli altri?”
“Sì. Solo che non puoi sognare a comando…”
Restammo a pensare e intanto il mio latte si era raffreddato.
I nostri pensieri furono interrotti dall’arrivo della mamma. Svelta, rigirai lo specchio e, rivolgendomi a Ryan, mi misi un dito sulle labbra come per dirgli di mantenere il più assoluto silenzio sulla questione e lui si mise una mano sul cuore. Gli sorrisi, grata.

Chiara Benassi, II E TUR

martedì 9 aprile 2019

Romanzo inedito a puntate - Innamorata di un sogno 1


Inizia oggi la pubblicazione di un romanzo a puntate scritto da Chiara Benassi della II E TUR. Felici di ospitare in redazione un altro bel talento per la scrittura. Benvenuta, Chiara!

Era una calda estate, una delle più calde. Tutti i miei amici erano in vacanza ed io ero l’unica rimasta in paese. Non avevo nulla da fare e quindi mi ero trovata un passatempo bellissimo: sognare ad occhi aperti. Ormai era diventata quasi una cosa naturale e spesso mi capitava di fermarmi a fissare il vuoto, pensando le cose più assurde, oppure di parlare da sola e dire cose che avevano senso solo per me.
Il mio piccolo amico immaginario si chiamava Batuffolo ed era una specie di uccellino con i colori dell’arcobaleno, ma parlava e mi faceva compagnia quando ero da sola ad annoiarmi in giardino. Lo avevo anche disegnato su un foglio e lo avevo appeso sopra il letto. Ogni sera gli davo la buonanotte e ogni mattino il buongiorno.
Mio fratello Ryan una sera mi disse che dovevo smettere di trattarlo come se fosse stato vero “altrimenti un giorno lo vedrai sul serio e ti perseguiterà nel sonno!” Ci avevamo fatto una grandissima risata!
Ryan è il mio fratellino adorato. Ha quattro anni in meno di me, ma qualunque pazzia io abbia mai fatto, lui mi ha sempre difesa e coperta. Lo stesso facevo io con lui. Eravamo una squadra invincibile!
Io sono sempre stata un po’ strana: adoro fantasticare ad occhi aperti, ridere da sola della mia immaginazione sfrenata e cose del genere.
Non avevo più pensato alle parole di Ryan fino alla notte del 7 luglio di quella estate quando successe una cosa strana…
Sembrava una sera come le altre: come al solito io e Ryan restammo svegli fino a tardi, come al solito prima di spegnere la luce diedi la buonanotte a Batuffolo, come al solito, dopo aver spento la luce, io e Ryan continuammo a parlare e come al solito ci addormentammo tranquilli.
Fu quello che sognai che sconvolse il resto della mia estate. Sognai due occhi. E basta. Solo due occhi. Due occhi blu. Blu come la notte. Tutto intorno a questi occhi c’era solo buio, il buio più totale e, per quanto fossero scuri, li vedevo perfettamente. Non riuscivo a capire se questi occhi fossero di un ragazzo o di una ragazza, restava il fatto che ne ero completamente rapita! Erano bellissimi! In quel sogno non c’era un suono, una voce, una parola, solo quei due occhi immobili e il buio profondo.
Ad un certo punto sentii uno sbattere d’ali alla finestra e mi svegliai di colpo. Non era la prima volta che un uccello passava vicino alla nostra finestra, ma era molto vicino, quasi come se fosse entrato in camera. Ipotesi che valutai, visto che avevamo la finestra aperta, infatti mi guardai un attimo intorno per controllare che non fosse davvero entrato qualcosa, ma non vedendo nulla mi precipitai alla finestra per vedere se riuscivo ancora a vederlo. Non vidi nulla e svegliai Ryan. “Che fai lì?” disse, vedendomi alla finestra in piena notte. “Niente… Mi sembrava di aver sentito un battito d’ali…” gli risposi.
“Te lo sarai sognato!”
“Probabile… Non volevo svegliarti!”
Non mi rispose. Probabilmente si era già riaddormentato. Feci per tornare a letto e vidi una piuma blu sul davanzale. Blu come la notte. Come gli occhi del mio sogno. Istintivamente alzai gli occhi verso le stelle. Che cosa poteva voler dire? Non poteva essere una coincidenza che quella piuma avesse lo stesso colore degli occhi che avevo sognato…
Dovevo parlarne con qualcuno e l’unico che, ero sicura, non si sarebbe messo a ridere era Ryan.
Non riuscii più a dormire. Continuavo a pensare a qui fantastici occhi blu. Non avevano un’espressione particolare, semplicemente mi fissavano.

Chiara Benassi, II E TUR

Racconto - Anime gemelle

Ospitiamo il racconto di una nostra nuova redattrice, Alice Senatore della II E TUR. E' bellissimo! Benvenuta sul Giornalino, Alice! 

Quel giorno sarei dovuto andare a Ferrad, un piccolo quartiere nel mezzo di una grande metropoli, per "guidare" l'anima di una bambina verso il grande "oltre".
Tra me e me pensai che se avessi ritardato di qualche minuto il mio compito non sarebbe morto nessuno e mi misi a camminare tra la gente percorrendo le strade che frequentavo quando ancora ero vivo. Non era cambiato molto, solo qualche negozio e le vetrine stagionali delle solite boutique. Misi le mani nelle tasche della felpa e tirai un lungo sospiro. Non è che essere in vita mi mancasse, ma sentivo la mancanza di tutte le sensazioni che il mondo esterno mi trasmetteva ogni giorno, la mancanza della mia famiglia, le persone a me più care, e la mia -oramai ex- ragazza. Ero morto da quasi due mesi quando la andai a trovare durante una passeggiata, come quella che stavo facendo, per poi scoprire che si era già trovata un nuovo ragazzo (modestamente ero più bello io di lui) e si era completamente dimenticata di me. Nessuna delle mie relazioni passate mi aveva permesso di vedere ciò che mi circondava letteralmente a colori, così mi convinsi che sarei rimasto solo.
Sin da piccolo tutti mi hanno sempre raccontato di cosa si prova a trovare l'anima gemella, di come letteralmente il tuo mondo prenda colore, di cosa si prova quando questi si feriscono o muoiono... ma io non ho mai creduto a nulla di tutto ciò. Ho sempre pensato che fosse solo una storiella inventata per far sentire meno soli i bambini e tutte quelle persone che non avevano nessuno accanto. Pensavo che non esistesse qualcosa come i colori e che tutto ciò che mi circondava fosse solo di una diversa sfumatura di grigio. Arrivai a pensare che forse ero semplicemente solo io a non avere un'anima gemella, qualcuno per cui vivrei e morirei... ma il destino mi portò via la vita prima che potessi dedicarmi a qualcuno in quel modo. Pensai che la mia morte e "trasformazione" in un'anima che va in soccorso delle anime disorientate dopo essere morte fosse parte del mio destino. Pensai che avrei continuato a comportarmi nello stesso modo di sempre e che avrei smesso di pensarci un giorno o l'altro, ma eccomi qui, a camminare come un'anima vagabonda, con le mani nelle tasche della felpa, a pensare "ora che sono morto... cosa succederà alla mia anima gemella se davvero ne ho una?". Lascio sfuggire un lungo sospiro ed accelero il passo giocando occasionalmente con qualche piccolo sasso che incontro sulla strada. Se le persone mi potessero vedere probabilmente verrei classificato come uno di quei ragazzi che salta sempre scuola e che, piuttosto che tornare a casa, si mette a gironzolare per le vie della città senza una meta precisa. Per quanto possa essere errato, avere questo pensiero è corretto. Non penso che molte persone, vedendo un diciassettenne vagabondare per le strade del piccolo quartiere di Ferrad, pensino che sono un imprenditore con moglie e che aspetta soltanto l'ora del prossimo colloquio per guadagnare altri soldi. Chiunque mi potesse vedere non lo penserebbe mai, diciamo anche per gli abiti che indosso. Uno dei miei rimpianti è non essermi vestito in modo elegante prima di morire, non che avessi previsto la mia morte, ma se avessi potuto mi sarei messo in tiro e non sarei mai uscito in jeans con gli strappi, vans consumate, ed una basica felpa larga di una marca qualunque.
A volte vorrei essere meno invisibile agli occhi degli altri...
Dovrei smettere di pensare troppo. La solitudine mi sta dando alla testa.

Continuo a camminare e per distrarmi, penso, visto che non c'è altro da fare. Penso a quali possono essere i vantaggi di essere un diciassettenne morto e solo, ma, udite udite signore e signori, dopo più di venti minuti non ne trovo neanche uno. Anzi uno sí, camminando ora posso evitare di stare attento a schivare pali e persone che mi bloccano il passaggio visto che li attraverso... sì okay, direi che questo è l'unico "vantaggio"... Okay devo davvero trovare qualcosa di positivo in tutto questo.
Cambio strada ed inizio ad andare verso il luogo in cui mi era stato detto che avrei trovato l'anima da aiutare. Più mi avvicino al luogo indicatomi, più la strada diventa meno frequentata fino a svuotarsi completamente quando entro in un piccolo vicolo laterale.
Cambio strada ed inizio ad andare verso il luogo in cui mi era stato detto che avrei trovato l'anima da aiutare.
Più mi avvicino al luogo indicatomi, più la strada diventa meno frequentata fino a svuotarsi quasi completamente quando entro in un piccolo vicolo laterale.

Alla fine di esso probabilmente si trova una strada molto frequentata, vista la grande quantità di rumore proveniente da essa...
Se ritarderò di ancora qualche minuto il mio compito, non succederà nulla. Se quell'anima è in difficoltà ora, lo sarà anche tra una trentina di minuti quindi non cambia molto... Ugh ma chi prendo in giro. Si nota così tanto che non ne posso già più di questo lavoro? Ancora mi domando il perché. Non penso sia per la mia morte precoce- ora che ci penso... come sono morto? Ad essere onesto non me lo ricordo neanche... Questo da una parte può essere un vantaggio, visto che, non sapendolo, non posso torturarmi pensando a tutti i modi in cui avrei potuto evitare la morte, ma anche uno svantaggio poichè, non solo questo, ma tutti quei ricordi precedenti ad essa sono completamente inesistenti. È come se il giorno della mia morte non fosse mai accaduto.
Mi è capitato di incontrare altri spiriti aventi il mio stesso compito e tutti loro si ricordavano tutto perfettamente tranne, esattamente come me, quei precisi ricordi. A loro non importava molto. Mi dissero "Se devo essere onesto, a me basta avere ancora del tempo per poter 'vivere' e vedere le persone a me care." e da una parte, come ho già accennato in precedenza, sono d'accordo con loro, ma vorrei comunque sapere cosa è successo, chi ho incontrato, cosa ho visto, cosa ho sentito, cosa ho provato... poi però la giornata finisce e questo "perché" rimane lì, in sospeso nell'aria. Arriva il giorno seguente, ho una nuova anima da soccorrere, non trovo una risposta e il tutto si ripete ancora, ancora, ancora ogni giorno.
Mia madre mi diceva sempre che ero un testardo e che non mi davo per vinto fino a quando non ottenevo ciò che desideravo. Le davo sempre contro e cercavo di smentire le sue affermazioni, ma credo che in fondo avesse ragione.

Continuo a camminare per il vicoletto e dopo poco raggiungo la strada da cui provenivano le voci. Davanti ai miei occhi si trova una mandria apparentemente infinita di persone e dalle loro espressioni, e dai toni di voce, deduco siano tutti in ritardo per qualcosa di discreta importanza. Non mi preoccupo di scansarmi per far passare le persone, vista la mia bassa anzi meglio dire inesistente tangibilità. Penso sia ormai chiaro il fatto che le persone mi passano attraverso. Anche se non sento nulla è comunque strano vedere un braccio o due attraversarti da parte a parte lo stomaco.
Ora che osservo bene le persone attorno a me forse non sono in ritardo, sembra quasi il centro di una protesta o di una manifestazione. La mia voglia di scoprire mi assale ed eccomi qui, all'inizio di un corteo contro non so bene cosa, ed ecco anche la polizia che viene nella mia direzione per placare, fermare o bloccare il passaggio delle persone.
Un poliziotto si ferma davanti a me ed inizia a parlare. Per un attimo penso stia davvero parlando a me e che sia in grado di vedermi, ma una mano proveniente dal mio fiano destro stringe la sua e realizzo che, no, non può vedermi neanche lui.
Avendo trovato una risposta alla mia attuale domanda sul perché ci fossero tutte quelle persone, decido di tornare indietro e riesco a convincermi che non mi sarei fermato da nessun'altra parte e che sarei andato ad aiutare l'anima che mi era stata assegnata, ma qualcosa mi distrae dai miei pensieri. Con la coda dell'occhio noto un'aura turchese.
Vedendo tutto il mondo in bianco e nero ci si stupisce abbastanza quando si vede un colore che non sia la milionesima sfumatura di grigio.

Notando quest'aura, mi volto. Voglio sapere a chi appartiene, ma... non appena mi volto nella sua direzione, l'aura sparisce e al suo posto tutto ciò che mi circonda ha preso colore. Il mio cervello da adolescente ci mette qualche secondo per elaborare ciò che è appena successo e quando lo fa, la prima frase che mi passa per la mente è: "tutto ciò non ha senso!!".

L'aura colorata, da quanto mi avevano raccontato, serviva ad aiutare le persone a riconoscere la propria anima gemella anche se ci si incontrava in un luogo molto affollato, ma ovviamente, con la grande fortuna che mi accompagna, non ho la più pallida idea di chi questa persona sia o di che aspetto abbia o cosa indossasse. Nulla. Nemmeno il più piccolo e comune particolare. Rimango ancora qualche minuto a guardarmi in giro cercando quella persona, ma con scarsi risultati. Tiro un lungo sospiro, mi tiro su il cappuccio della felpa, metto le mani in tasca e vado, finalmente aggiungerei, verso il luogo segnalatomi e cerco di ignorare ogni possibile distrazione, ma ciò che è appena successo è difficile da lasciare in disparte senza dargli peso o importanza. Infatti mi ritrovo ad elaborare ripetutamente ogni scena nei miei ricordi. Mentre cammino ed elaboro i dati a mia disposizione, mi rendo conto di cosa ciò significhi davvero. Avrò pur trovato la mia anima gemella, ma io sono morto... e lui/lei no. A questo pensiero la mia mente si ferma e così anche il mio corpo.

Alice Senatore, II E TUR