domenica 8 dicembre 2019

Romanzo inedito a puntate - Innamorata di un sogno 8

Continua la pubblicazione del romanzo a puntate scritto da Chiara Benassi della III E TUR, la nostra scrittrice che tanti consensi ha ricevuto lo scorso anno.
QUI  la settima puntata.


Non so quanto tempo fosse passato da quando ero uscita di casa, ma avevo smesso di piangere. Probabilmente perché non avevo più lacrime da dare. Il fatto sta che in quel momento sentii una mano sulla spalla e vidi mio fratello sedersi vicino a me.
“Posso stare qui con te?” mi chiese timoroso.
Io annuii, ma non gli rivolsi lo sguardo. Non perché fossi arrabbiata con lui, ma perché dopo tutto quello che avevo pianto dovevo avere una faccia non proprio… presentabile, ecco…
“Scusami!” mi disse.
“Non importa Scimmietta!” e invece importava eccome, accidenti! Ma non volevo farlo sentire in colpa “Dovrei saperlo che prima o poi i sogni finiscono…”
“E chi ha parlato di fine?” disse lui.
“Che vuoi dire?” gli chiesi girandomi verso di lui.
“Quando te ne sei andata, ho capito davvero quanto ci tenessi a tutto questo e ho fatto alcune ricerche. Ho scoperto che nella mitologia esistevano delle persone che si potevano trasformare in animali…”
“Sì, gli dei greci e latini…”
“Non ho trovato nulla sulla trasformazione da uomini a fenici, ma perché non potrebbe essere lo stesso principio?”
“In effetti potrebbe avere senso… Scusa un attimo, quanto è durata la tua ricerca?”
“Un paio d’ore, perché?”
“Ma quindi è mezzogiorno!!” esclamai alzandomi.
“Ah, giusto! La mamma mi ha detto di dirti di venire a casa che è quasi pronto il pranzo!” disse alzandosi anche lui.
“E me lo dici adesso?” gli chiesi ridendo.
“Beh, sai com’è, Fenice mi ha fatto perdere la cognizione del tempo e quando sono venuto qui la mia principale preoccupazione era che tu non ti trasformassi in una belva inferocita e mi mangiassi vivo…” rispose tra le risate.
“Aspetta!” disse poi, prendendomi per un braccio “E’ troppo evidente che hai pianto…”
“Accidenti!! Che faccio?”
“Non lo so, ma non puoi dire alla mamma che hai pianto perché stanotte per colpa di questo stupido di tuo fratello non hai sognato gli occhi di una presunta fenice…”
“Beh no, decisamente non glielo posso dire…” mi guardai un attimo intorno. “Aspettami qua!” dissi infine e mi diressi verso la doccia, o meglio, la fontanella che c’è vicino alla doccia. Lì mi bagnai un po’ i capelli e poi tornai da Ryan che mi aspettava dove l’avevo lasciato.
“Scusa, ma non capisco.”
“Le dirò che ho fatto una nuotata e che ho gli occhi rossi perché li ho tenuti aperti sott’acqua.”
“Direi che potrebbe funzionare…”
Dopo pranzo mi misi in giardino a disegnare una fenice. “Che te ne pare?” chiesi a Ryan.
“È fantastica!” mi disse lui “Sembra vera…”
In effetti anche io ero abbastanza soddisfatta del mio lavoro, cosa che succede molto raramente, anzi praticamente mai…
Decisi di colorarla con i colori delle piume e, alla sera, la appesi vicino a Batuffolo.
“Adesso comincerai a dare la buonanotte anche a lei?” mi disse Ryan ironicamente.
Io gli feci una linguaccia: “Che simpatico che sei!”
Quella sera non riuscii a prendere sonno, allora mi alzai e mi misi a guardare fuori dalla finestra. Le stelle erano bellissime… Poi una lieve brezza di vento mi passò sul viso, leggera come una carezza e, in qualche modo, sentii davvero come una mano delicata.
Dopo questo tornai a letto e questa volta, mi addormentai tranquilla.


Chiara Benassi, III E TUR



mercoledì 4 dicembre 2019

Intervista all’assessore del Comune di Genova Francesca Fassio

Mercoledì 20 novembre, dopo esserci documentati e aver preparato le domande da porre nella riunione di Redazione in classe, siamo stati ricevuti dall’assessore Francesca Fassio, negli uffici comunali presso il “Matitone” di Genova.
Era la nostra prima intervista in “esterna” ed eravamo un po’ emozionati, ma l’assessore e la sua segretaria Francesca Algeri, con la loro gentilezza e disponibilità, hanno fatto di tutto per metterci a nostro agio.
Una volta saliti al sesto piano piano insieme ai professori che ci accompagnavano e aver sbirciato dalle vetrate la vista del porto di Genova, siamo stati fatti accomodare dalla segretaria al grande tavolo di una sala riunioni e, dopo pochi minuti, è entrata l’assessore che si è presentata dicendoci:
“Io sono Francesca Fassio e sono assessore alle politiche socio-sanitarie della famiglia e della disabilità. Lavoro qui al “Matitone” per il Comune di Genova. Mi hanno chiamato quando è stato eletto il sindaco Bucci, non avevo mai fatto politica, ma siccome mi sono sempre interessata del sociale, mi hanno chiesto di occuparmi del settore socio-sanitario del Comune di Genova”.
Dopo questa sua prima presentazione, seguita dalla nostra (ognuno ha detto il suo nome), abbiamo aperto smartphone e tablet per iniziare l’intervista vera e propria con le domande che avevamo preparato e anche con altre che ci sono venute in mente dopo le risposte dell’assessore.
Quella che segue è la trascrizione completa dell’intervista.

Qual è esattamente il compito di un assessore?
Ogni assessore ha il suo compito, richiama il complesso schema del governo. C’è un consiglio comunale con finalità diverse, che ha le stesse funzioni del parlamento. È un organo di discussione, in cui sono rappresentate tutte le parti politiche interne. (49 eletti circa). Poi il sindaco, che è nominato direttamente dai cittadini, decide chi sono gli assessori e quanti assessori vuole (nel nostro caso ne ha nominati 10) come se fossero i ministri, i quali si occupano tecnicamente della gestione della città. Per questo motivo gli assessori, come i ministri, possono essere scelti sia tra persone elette che tra persone non elette.
Io sono una persona non eletta. L’assessore più importante è quello al bilancio, perché il bilancio del comune è come il bilancio dello stato: deve stare in piedi altrimenti il comune va in rosso; devono esserci delle entrate e delle uscite, e devono essere in pari. C’è poi l’assessore al patrimonio, quello alla scuola ed altri assessori che si occupano di altri settori come il socio-sanitario.

Come per i ministri, anche gli assessori sono con portafoglio o senza?
Sì, per esempio per quanto riguarda l’urbanistica, c’è un assessore con portafoglio.
Noi ci occupiamo della scuola da zero a tre anni, mentre gli asili sono per lo più statali. La ristorazione scolastica è gestita dal Comune di Genova.

Quanto è impegnativo confrontarsi continuamente con tematiche così svariate?
Per me è molto impegnativo, perché è totalizzante. Io sono uno dei pochi assessori che sta al Matitone, perché ho scelto io di stare qua. Mi occupa tutta la giornata. E inoltre molti giorni sono occupata con la giunta e le varie assemblee.

Ha scelto lei l’assessorato che gestisce?
L’ha scelto il sindaco. All’inizio avevo anche la politica della casa, che però oggi non è più mio interesse, infatti ora mi occupo del socio-sanitario. Attualmente la scuola è divisa fra me e un altro assessore.

A proposito, le nostre scuole sono sicure?
Non tutte sono a norma. Esse dipendono dai lavori pubblici. Vi sono dei fondi per metterle a norma, ma molte purtroppo sarebbero da rifare, sono vecchie e fredde.

Quanto ha influito sul suo assessorato la caduta del ponte Morandi?
Ha influito tantissimo, ho dovuto fare la mappatura di tutti gli sfollati, delle graduatorie, in modo da assegnare le case agli sfollati a partire dal lunedì successivo alla caduta.
Abbiamo dovuto chiamare le ASL per tenere il conto dei disabili. Non è stato semplice perché le leggi sulla privacy in Italia sono molto dure.
Abbiamo attivato dei punti d’ascolto a Certosa e a Sampierdarena, con psicologi ed educatori, con possibilità di dormire e mangiare. La gente aveva bisogno di essere accudita ed ascoltata.
Inizialmente le persone sono state mandate in albergo per poi essere mandate in nuove case o da parenti.
Altro lavoro importante è stato quello riguardante i parenti delle vittime.
Poi abbiamo dovuto istituire una nuova rete di trasporti, in modo che i ragazzi potessero iniziare la scuola con gli altri, ad esempio usando taxi e navette.

Tenete conto dell’opinione degli studenti, degli insegnanti e in generale degli operatori ATA? Se sì, in che modo?
Noi ci occupiamo dello 0-3, cioè dei bimbi fino a tre anni, il resto è gestito dal ministero, quindi è difficile, ascoltiamo soprattutto i genitori, ad esempio per quanto riguarda l’aria condizionata negli asili. Però non abbiamo rapporti diretti.

Ci sono sufficienti posti negli asili pubblici?
Negli asili 3-6 (dai tre ai sei anni) sì, ci sono sufficienti posti, negli asili nido no, infatti abbiamo in convenzione, quindi compriamo dagli asili privati, posti per cercare di coprire, perché non siamo abbastanza evoluti, anche se penso che questo debba essere il primo servizio offerto alle famiglie, e alle mamme.
Inoltre gli asili nido sono molto costosi. Bisognerebbe trovare un modo per riuscire ad abbassare queste rette.

Genova soffre di un’emergenza abitativa?
In realtà il patrimonio abitativo di Genova è immenso, ben superiore alla domanda. Il problema è che molte case sono in condizioni pietose, necessitano di ristrutturazione e quindi si allungano le liste d’attesa. Quindi proprio di emergenza abitativa non parlerei.
Si può parlare però di coloro che non possono vivere da soli. Manca quella parte di aiuto verso queste persone con problemi. Vi sono alloggi sociali con aiuti, insegnamenti speciali, ma non è così facile. Questa sì è una reale emergenza.

È più complesso l’inserimento di migranti o di chi è diversamente abile?
Direi che è complesso allo stesso modo. Sia quando parliamo di migranti o di disabili, ogni persona è a sé, quindi il soggetto del mio lavoro è inserire la persona. Bisognerebbe avere la possibilità e il tempo di costruire progetti su misura.
Dipende poi dalla voglia e dalla fortuna di ognuno, dalle possibilità che vengono offerte, dalla comunità e dai compagni che trovi. In tanti casi ne usciamo sconfitti, come nei casi dove le persone scappano e si allontanano. Questi sono fallimenti. 
Per quanto riguarda i disabili, il Comune di Genova è molto indietro. È sempre stato considerato il disabile dal punto di vista sanitario e non sociale. Qualcosa si sta cercando di fare nella scuola, però è complicato.

Come è stato collaborare con la creazione del progetto di riabilitazione intensiva presso il reparto di fisiatria dell’istituto Giannina Gaslini?
È stato “bestiale”, com’è stato bestiale arrivare qua e non capire come andavano le cose.
Il progetto di riabilitazione intensiva nasce nella mia testa nel 2006, quando frequentando la regione Liguria per ottenere i diritti per i disabili, ho scoperto che molti disabili andavano all’estero a fare riabilitazione intensiva. Questo significava per molti una gran fatica. Mi sembrava allucinante non avere riabilitazione a Genova. Il reparto è stato poi inaugurato nel 2013, era un primo passo, tutti i bambini disabili passano per il Gaslini.

Come funzionano i servizi sociali?
Vi sono 10 ambiti che gestiscono il sociale: le nove zone che coincidono con i municipi, e poi l’ufficio cittadini senza territorio.
Io ci ho messo 2 anni per capire: è molto complicato poiché, per esempio, gli assistenti sociali si riferiscono come linee guida all’assessore, ma per quanto riguarda il rapporto gerarchico dipendono dai loro direttori, che comandano tutto il municipio. In seguito a una riunione, però, abbiamo deciso che era meglio che fosse governato a livello centrale. Inoltre abbiamo diviso il settore dei servizi sociali in cinque aree.

Qual è la sua opinione sul fenomeno dell’immigrazione che vede coinvolta l’Italia?
La mia opinione è che l’immigrazione sia qualcosa di naturale, che ci dev’essere come c’è sempre stata. Non si può pensare che la gente non ambisca a stare meglio. Ci dev’essere una possibilità di inclusione. Bisogna che si dia l’opportunità alle persone, e che chi arrivi abbia voglia di collaborare.
Secondo me l’integrazione, in parte, c’è già. Tornando al discorso del Ponte Morandi, mi piace ricordare un signore senegalese che con la sua famiglia si è dato subito da fare generosamente per prestare aiuto ("È mio zio!!!" dice Mouhamed n.d.R.)

Dopo questi anni in giunta Bucci, lei può essere definita una persona di centro destra?
Io sono sicuramente di centro destra e sono sicuramente molto, molto sociale. Io sono cresciuta in una famiglia dove il mio bisnonno, il senatore Nino Ronco, era il sindaco di Sampierdarena ed era un socialista. È stato il primo sindaco socialista, quando Sampierdarena era ancora comune. Io credo che con il fascismo sia stato massacrato: era preside della facoltà di ingegneria e senatore, quindi direi quasi perseguitato. La mia famiglia, i miei genitori, hanno amato sempre il sociale. Io ho lavorato per alcuni anni con mio padre. Aveva uno studio, e al venerdì arrivavano delle persone… io non capivo, ma lui le aiutava in vario modo. Noi non ne sapevamo niente a casa e sono le stesse persone che poi ho ritrovato al suo funerale: erano le più varie, anche persone che non avevano la possibilità di pagare la parcella… Mi ricordo una signora, una volta, che è arrivata e si è tolta i gioielli e papà le ha detto: “Ma ci mancherebbe!”. Oppure mi ricordo quando ci recavamo alle carceri, perché mio papà, che faceva il notaio, andava a fare gli atti per chi è in galera e non può uscire.
Credo che noi abbiamo sempre vissuto questa vita con tanta semplicità. Questo credo che sia la natura. Io sono sicuramente una persona di centro destra, perché non mi piace quella parte della sinistra snob. Perché bisogna essere tutti d’un pezzo, cioè, è vero che c’è il grigio, la politica è fatta di grigio, però, proprio per farvela banale banale: cos’è che io faccio come servizi sociali per la maggior parte di questi 60mila euro? Compro servizi sociali, quindi compro servizi, compro educatori. Da chi li compro? Dalle cooperative sociali. Io, in questo momento, pago l’inserimento di un minore in comunità 106,50 euro al giorno più iva, sono tanti soldi secondo me. Due sono le domande: cosa do a questi ragazzi? Cioè quali sono gli esiti? Come escono? Quanto tempo ci stanno? Quindi, che tipo di lavoro viene fatto su questi? Che tipo di lavoro fanno gli educatori di questa comunità? Li mandano a scuola? Li fanno studiare? Gli danno la possibilità di fare sport, di uscire, di realizzarsi? Se hanno dei problemi, hanno la possibilità di parlare con qualcuno? E poi, quanto vengono pagati gli educatori? 700, 800 euro al mese, 1000 esagerando. Allora, io mi dico dove sta il sociale qua? Cioè, voglio dire: o riesco a farceli stare in comunità per breve tempo e riesco a ricostruire un rapporto con la famiglia - perché anche questo è il compito delle comunità - oppure mi escono ragazzi contenti e capaci di lavorare, di essere persone adulte, che non hanno problemi, se non quelli che abbiamo tutti, che poi si superano con l’età, oppure mi chiedo “che cosa state facendo?”. Allora, io sono andata a fare dei controlli e ho visto nella maggior parte dei casi degli ambienti piuttosto belli ma dei ragazzi molto annoiati, ho visto dei giardini con delle rose bellissime, dove i ragazzi però non potevano andare a giocare a pallone. A me questo fa incazzare. Quindi, se queste sono coperture sociali, e magari sono di suore e preti, mi incazzo ancora di più. Per cui se questa è la sinistra a me non piace, purtroppo è il modello che mi viene proposto come modello di sinistra: devo pagare il direttore della cooperativa che magari invece ne guadagna 80mila di euro, ed io non sono d’accordo! Allora non chiamiamoci cooperativa sociale, chiamiamoci impresa, non c’è niente di male, però almeno diciamo che vogliamo fare degli utili e ci paghiamo le tasse.

So che avete fondato una casa apposta per i disabili, da dove è nata l’idea?
È nata dall’idea dei genitori, ed è quello che sto aiutando a fare anche ad altri genitori. I ragazzi fino adesso avevano la possibilità fino ai 16/18 anni di stare a scuola e poi di finire a casa con la mamma, - cosa che secondo me è terrificante - o in questi centri diurni o residenziali. Io non escludo questo, però io voglio che mio figlio e altri ragazzi insieme a lui, abbiano la possibilità di sperimentare la vita in autonomia, che non significa essere lasciati da soli, perché hanno molte problematiche e da soli non ci possono stare, non essendo autonomi, ma vuol dire essere in autonomia dalla famiglia, perché vengono fuori delle cose diverse da questa esperienza. In questo momento ci sono cinque ragazzi in questa casa, anche se mi sembra che stia diventando un casino (sorride n.d.R), però è un casino bellissimo, cioè quella è la loro casa. Con il contributo per la gravissima disabilità e per offrire loro una vita indipendente, quindi costruendo un progetto specifico sulla persona, si possono avere dei soldi che gli istituti da soli non possono avere, ma messi tutti insieme, 4 o 5 ragazzi riescono a pagare degli educatori, a pagare un affitto e si permette così ai ragazzi di cominciare a vivere fuori dalla famiglia.

Di cosa si occupa il comitato scientifico della Fondazione Tender to Nave Italia di cui fa parte dal 2016?
La Fondazione Tender to Nave Italia è una fondazione che è fatta dallo Yacht Club e dalla Marina Militare, quindi una cosa molto seria. È una fondazione che si occupa di portare ragazzi protagonisti di molti progetti (ogni scuola può presentare il suo, soprattutto quando ci sono componenti di disagio) a bordo di una nave militare a fare una settimana con i marinai, quindi praticamente facendo vita di bordo, e si naviga per il mar Mediterraneo a seconda di rotte prestabilite. Adesso c’è l’idea di fare Tender to Nave Europa, perché hanno fatto dei progetti con Danimarca, e quindi di mischiare ragazzi italiani con ragazzi di altre scuole di altri Paesi, con progetti specifici, bisogna però acquistare un’altra nave. Lo scopo è quello di far vivere un’esperienza estrema, come saprete, questo tipo di esperienza fa venire fuori aspetti di noi che non pensiamo di avere. Estrema perché gli orari sono faticosi, perché magari sei piccolo e non sei mai stato senza mamma e papà, perché magari sei disabile e ti trovi a dover stare con gli altri, perché, magari, devi stare nelle regole e sei un ragazzo che invece nelle regole non ci vuole stare. È un’esperienza bellissima ma molto faticosa.

In questi due anni e mezzo ho notato che come giunta guardate molto i modelli del nord dei trasporti, delle politiche sociali. È una direzione vera?
Sì, è una direzione vera. Uno dei sogni del sindaco, secondo me bellissimo, è rendere gratuito il trasporto e secondo me ce la farà, intanto perché è un servizio alla cittadinanza, come può essere la scuola, cioè è un servizio quasi fondamentale, e poi perché non possiamo pretendere di avere meno inquinamento, che la gente non usi l’auto, se non abbiamo dei servizi veri. Il problema è creare le infrastrutture, allungare la metropolitana, fare collegamenti con la Val Bisagno, che è molto intasata, però io credo che il sindaco ce la farà, c’è ancora una grossa fetta di studenti che quest’anno non paga l’abbonamento per la questione del ponte Morandi: sarà difficile secondo me poi richiederglieli. Secondo me, dobbiamo arrivarci e, sempre secondo me, dobbiamo anche sviluppare un trasporto scolastico. Ora voi siete grandi, però ho proprio visto che la città chiede un trasporto scolastico. Il sindaco, in questi giorni, dovrebbe andare a Roma proprio perché dovrebbe arrivare il finanziamento per la metropolitana leggera della Val Bisagno; c’è in studio anche il progetto - e credo che sia già stato approvato - della funicolare per andare a Erzelli.

Quanto influiscono le sue esperienze personali sulle sue scelte?
Tantissimo, un po’ mi criticano per questo, ma io credo che ognuno di noi sia frutto delle sue esperienze, e quindi io non lo ritengo un dato negativo, d’altra parte il sindaco continua dire che lui è così perché è stato in America. Quindi influenzano tantissimo. La mia vita personale mi ha insegnato intanto cosa significa avere la persona al centro, cosa che secondo me è proprio l’obiettivo delle politiche sociali. È la cosa fondamentale. Guardate, i momenti di scoraggiamento e di fatica vengono per tutti, però, voglio dirvi questo: io ho avuto la fortuna, in un momento della mia vita in cui ero francamente disperata - era il 2002 - ho avuto la fortuna, dicevo, di incocciare in un funzionario illuminato delle politiche educative (ora, da quando ha saputo che ci sono io all’assessorato, è tornato a fare il funzionario delle politiche educative). Un giorno sono uscita di casa che dovevo iscrivere mio figlio grande a scuola, e non sapevo dove metterlo, perché mi rendevo conto che non poteva andare in una scuola normale, ma non poteva neppure andare in una scuola speciale, perché non andava bene. E quindi, come fanno ogni tanto le mamme disperate, sono andata in comune, al settore educativo sociale, in via Ilva in Carignano, ho bussato alla porta giusta e ho detto: “Io questo problema, qualcuno mi aiuti!”. Così insieme a comune e provveditorato abbiamo fatto un “polo morbido”, quindi per la prima volta, a Genova, abbiamo fatto sì che in una scuola normale ci fosse la possibilità di accogliere bambini con un po’ più di rallentamento e bisogni speciali. Hanno iniziato questo progetto mio figlio Cesare e una ragazza senegalese, che aveva avuto un tumore cerebrale, però questa idea ha aiutato tutto l’insieme. Quindi ho dato l’opportunità a lei di fare un percorso che l’ha aiutata molto, e anche a mio figlio. Questo per dire che nella vita con la volontà riesci a fare tutto. Non voglio dire che volere è potere ma quasi.
Io ho lavorato fino a trent’anni, poi ho avuto un figlio e poi ne ho avuto un altro, un casino! Ho fatto la casalinga. Quando sono diventata assessore, mi hanno chiesto: “Lei da dove arriva?” Io ho scritto “casalinga”, mi sono occupata dei miei figli, però voglio dire che ogni fase della vita ci aiuta e ci forma, ma se noi vogliamo possiamo. E una cosa che secondo me è meravigliosa, è che possiamo anche a 50 anni e quindi, per tornare alla tua domanda, per forza influisce quello che sono sulle mie scelte, e non vorrei che fosse diversamente, perché io so che, se voglio, cambio. Quindi assumerò da un altr’anno educatori, che si non assumevano più nel Comune di Genova, perché voglio che anche gli educatori facciano parte dell’équipe che ascolta i ragazzi e i bambini, non soltanto gli assistenti sociali. Assumerò psicologi perché mancano, e io invece voglio che quando un ragazzo ha problemi e magari si rivolge ad una ATS (cioè Ambiti Territoriali Sociali), abbia anche uno psicologo che lo ascolti.

La corruzione all’interno dell’amministrazione pubblica è presente? Come si combatte?
Allora, io, se devo dire la verità, di corruzione qui non ne ho vista, anche perché avrei denunciato immediatamente. Mio cognato è sostituto procuratore, abbiamo avuto anche la Corte dei Conti che ci ha chiamato, la Corte dei Conti controlla come vengono spesi i soldi pubblici, ci ha chiamato per fare chiarezza, perché muovendo 56/60 milioni l’anno, i controlli sono necessari.
A me non è capitato, sicuramente pressioni ce ne sono state molte soprattutto all’inizio, Pressioni per indirizzare i denari verso certi tipi di appalto, verso certi tipi di gare, verso certi tipi di scelte… Però io non ho niente da perdere né da guadagnare e sono libera: quindi non le ho ascoltate, anzi, se devo dirvi la verità, ho capito dopo che erano pressioni. Però effettivamente un problema c’è: quando fai le gare si presentano sempre gli stessi competitori, quindi vuol dire che se li vincono sempre quei tre e partecipano solo loro, qualcosa non va bene. Corruzione vera e propria, però, per fortuna non l’ho vista

Qual è il rapporto tra le persone che si occupano di politica ideologicamente e concretamente, come sta facendo lei, e i media?
Per me è pessimo, nel senso che i media ormai sono molto politicizzati per cui preferisco non rispondere. L’ho visto molto chiaramente quest’estate con la questione di Bibbiano, quindi sul presunto malaffare sui minori: se ne è parlato anche a Genova in cui il problema non c’è e dove io non ho mai lasciato una dichiarazione, mentre sui giornali mettevano ogni giorno presunte dichiarazioni da parte mia. Ho deciso di non fare contestazioni, di non replicare, anche se qualche lettera di richiamo a qualcuno l’ho mandata, ma ho deciso di non uscire proprio con dichiarazioni ufficiali perché i giornalisti non aspettano altro.
Cioè che tu esca con le tue dichiarazioni per controbattere su un argomento così delicato, secondo me è controproducente; la scelta più giusta in quel caso era quella di tacere perché se tu taci, il silenzio è la cosa migliore da opporre.
Sono stata molto contestata dagli assistenti sociali e faranno sciopero martedì prossimo per la prima volta nella storia del Comune di Genova, perché non si sono sentiti difesi da parte mia, però io non mi sento di averli offesi. Ho scritto una lettera in cui ho detto che io sono dalla parte dei servizi che ritengo abbiano operato bene, però non mi sentivo di dovermi difendere per qualcosa che non avevo fatto, quindi, per tornare alla domanda, il rapporto coi media è complicato.

Abbiamo concluso l’intervista: la ringraziamo per il tempo che ci ha voluto dedicare, per l’ospitalità e la disponibilità così gentile con cui ci ha accolto e la pazienza con cui ha risposto ampiamente alle nostre domande. Per dimostrarle la nostra gratitudine, le abbiamo portato la felpa del nostro Istituto. Il viaggio del nostro Giornalino sul territorio non poteva iniziare meglio. Grazie!

L’assessore Francesca Fassio ha quindi indossato la nostra felpa e si è unita alla nostra foto di gruppo. Dopo di che, siamo stati accompagnati al 24° piano del Matitone, da cui abbiamo potuto godere la meravigliosa vista sul porto e sulla città.

Appuntamento ai nostri lettori per la prossima intervista

La Redazione della III A Liceo Economico Sociale del Firpo-Buonarroti




 La III A LES con l’assessore Francesca Fassio e la direttrice del Giornalino, 
prof.ssa Gabriella Corbo



lunedì 2 dicembre 2019

È dunque più facile arrivare su Marte che rispettare una donna?

Nonostante nel 2019 si possa presumere di vivere in una società ben sviluppata nel rispetto di ogni essere umano, purtroppo non è affatto così, infatti viviamo in un’epoca dove l’uomo è più propenso a sviluppare tecniche per arrivare su Marte che a rispettare una donna.
Non è ammissibile, infatti, che ancora oggi si sentano fatti di cronaca nei quali si parla di stupri, molestie, stalking e, nel peggiore, dei casi omicidi, perpetrati da uomini nei confronti di donne che, come unica “colpa”, avevano il fatto di trovarsi nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, o di essersi fidate di persone vuote, senza un cuore ed un cervello.
È frustrante pensare all'arretratezza dell’essere umano quando accadono tragedie del genere, perché sono atti che non verrebbero compiuti nemmeno dal meno sviluppato degli altri animali presenti in natura. Perciò, com’è possibile che a compierlo sia proprio l’uomo e perché accade più volte e in più parti del mondo? È assurdo come esistano persone che tendono a sottovalutare il pericolo, e che quando sentono notizie del genere pensino che è impossibile che possa succedere a qualcuno a loro caro. In realtà il problema è reale e solo nel 2018 sono state 142 le donne uccise ingiustamente in Italia come ricorda “Il Fatto Quotidiano”, mentre ad anno ancora in corso, nel '19 sono già 95, con il numero di denunce in aumento.
Che sia il partner, l’ex o un familiare il problema esiste, bisogna prestare attenzione ai comportamenti di chi si ha intorno, perché spesso, per paura o vergogna, una donna maltrattata non vede la denuncia come possibile via d’uscita, e nemmeno il dialogo con chi le sta vicino e molto spesso tende alla reclusione in se stessa, arrendendosi al problema, andando incontro ad un destino che nessuna donna merita. E tutto ciò per colpa di un uomo che, molto probabilmente, è troppo egoista per essere in pace con se stesso e con il mondo, che sfoga i suoi insuccessi come essere umano contro una donna che non si meritava una vita del genere, trasformata in un inferno da insulti, umiliazioni, percosse.
Io ritengo che la giornata contro la violenza sulle donne che si tiene ogni 25 novembre sia un’iniziativa giusta per sensibilizzare le generazioni future a non assumere questi comportamenti, ma al contempo penso che la sconfitta dell’umanità stia nel fatto che, ancora oggi, si debba ricorrere a dover sensibilizzare su un argomento, che avrebbe dovuto essere debellato da parecchio.
Voglio sperare che tutte le donne che subiscono questo tipo di trattamenti alzino la testa, prendano coraggio e vadano a denunciare ciò che è ingiusto, che si riprendano la loro vita, perché nessuno di noi merita di vivere nel silenzio, tantomeno una madre o una ragazza costrette a subire umiliazioni indicibili. 


Mattia D'Angelo, V D TUR

domenica 1 dicembre 2019

Uno spiraglio di ottimismo nel buio


Con il termine “violenza sulle donne” si vanno ad identificare tutti quei gesti violenti perpetrati da un uomo nei confronti di una donna, atti a farle del male. Conosciuta anche come “violenza di genere” essa è una problematica che affligge la nostra società fin dai tempi antichi, quando la donna era globalmente considerata inferiore. Sebbene quando si parli di violenza la tipologia più riconducibile a questa espressione sia quella fisica, la donna, durante il suo vissuto, è andata tristemente incontro ad altre diverse manifestazioni violente, ad esempio di tipo sessuale, domestico, verbale e psicologico. Tenendo poi conto della nostra societá in continua evoluzione, le donne di oggi posseggono inoltre il triste primato di essere vittime di tipologie di violenze più “innovative”, come il cosiddetto “mobbing” (violenza sul lavoro) e lo “stalking”, dettato da comportamenti persecutori ripetuti ed intrusivi (come pedinamenti, minacce e molestie).
Tornando alla definizione di tale argomento, catalogato come “violenza di genere”, penso che si tenda ancor di più a sottolineare una disparità ancora presente tra i sessi, cosa che, a mio modesto parere, in un mondo in continuo progresso come il nostro non avrebbe più ragione di esistere. Tuttavia, trovo che le numerose iniziative a favore di questa causa siano realmente efficaci, in quanto contribuiscono in gran misura al raggiungimento di quello che è il loro effettivo fine ultimo: la sensibilizzazione. Quest'ultima, spinge la donna a denunciare eventuali abusi di cui è vittima e l'uomo a riconoscere le possibili conseguenze giuridiche derivanti dal suo essere possessivo e violento. In relazione alla questione giuridica ritengo che, nonostante siano stati fatti enormi passi avanti approvando leggi a favore della tutela della donna, la vera problematica a riguardo, deriva da chi ha il compito di farle applicare, in quanto è possibile constatare che proprio per questa ragione non tutti i colpevoli pagano adeguatamente per le loro spregevoli ed ingiustificabili azioni. È per questo motivo che ho fiducia nel fatto che, con il progresso delle campagne di sensibilizzazione e dei centri antiviolenza e l'incremento di leggi mirate a prevenire, o almeno punire in maniera opportuna chi commette questi reati, in un futuro più che prossimo troveremo ad interfacciarci sempre di meno con realtà disumane come questa.  

Martina Corso, V D TUR

I nostri diritti umani sono uguali ai vostri!


In tutte le regioni del mondo, le donne e le ragazze sono vittime di violenza. L'aspetto più visibile di tale violenza è quello sessuale. Naturalmente anche gli uomini possono subire abusi di tale natura, tuttavia, la minaccia di stupro e altre forme di violenza sessuale sono usati in modo più sistematico contro le donne. Le vittime si trovano già di fronte a gravi ostacoli quando presentano una denuncia o chiedono un risarcimento. Ma quando lo stupro o altre forme di violenza sessuale diventano un vero e proprio metodo di tortura, è molto probabile che le vittime non si lamentino a causa della vergogna e della paura che provano. Di conseguenza, ciò ha spesso portato e continua a portare le donne alla negazione della violenza subita e all'impunibilità dei loro aguzzini. Inoltre, la maggior parte degli abusi femminili avviene nella sfera privata della famiglia o nella comunità. Le donne sono oggetto, nelle loro case, di percosse, stupri, incesto o pratiche "tradizionali", come i delitti d'onore, la violenza legata alla dote, le mutilazioni genitali, le preferenze per i figli maschi e i matrimoni precoci. Le donne sono anche vittime di violenza nella società ad esempio, oltre agli stupri, vi sono le molestie sessuali anche sul lavoro, la prostituzione forzata. Infine, alcuni gruppi di donne sono particolarmente vulnerabili alla violenza, come quelle appartenenti a una minoranza etnica, le donne migranti, le donne rifugiate e le donne che vivono in situazioni di conflitto armato. Gli obiettivi principali del programma anti violenza contro le donne, sono quello di offrire protezione alle donne vittime di tortura o minacciate di tortura e di altri trattamenti crudeli, inumani o degradanti, tenendo conto della natura specifica della violenza usata contro di loro, quello di garantire che il rispetto e la promozione dei diritti umani delle donne diventino una realtà irreversibile, allo stesso livello dei diritti umani degli uomini. Insomma: garantire che i problemi specifici delle donne e la violazione dei loro diritti siano presi in considerazione e ricevano una maggiore attenzione. Insieme ce la faremo!

Ranjula Keshani Sagayarasa, V D TUR 

Violenza sulle donne: le tipologie

Per violenza sulle donne si intendono tutti gli atteggiamenti tenuti da una persona nei confronti di una donna e riguardanti abusi e prepotenze. In particolare, è possibile distinguere tra violenza famigliare, minacce, violenza sessuale, verbale e stalking.
La violenza famigliare, ovviamente, proviene da un membro della famiglia, come il marito e il padre, ed è purtroppo abituale.
Le minacce sono una forma meno grave, che ha per obbiettivo spaventare la vittima, magari per costringerla a fare o non fare qualcosa.
Lo stalking consiste in minacce, violenze verbali e talora fisiche, una specie di persecuzione, insomma.
La violenza verbale, a cui a volte non si dà importanza, è forse la forma più diffusa, consiste in parole negative rivolte con cattiveria per procurare sofferenza morale.
La violenza sessuale è quella che crea una sensazione di disagio, anzi, di orrore più forte nella vittima, che si sente aggredita nella propria intimità da sconosciuti e non. Di solito, in quest’ultimo caso, può colpire donne, ragazze e persino bambine, in diverse situazioni, come feste e luoghi isolati. Solitamente i violentatori sono attratti da ragazze giovani, talvolta approfittando del loro stato di ebbrezza e della loro solitudine.
In alcuni casi di violenza come quella famigliare, la vittima presenta un carattere debole ed è convinta di essere responsabile dell’aggressività che subisce dall’uomo che ama, per questo motivo non denuncia e sopporta ogni forma di abuso in silenzio.
La legge prevede delle sanzioni, tuttavia, in assenza di denuncia o di prove, difficilmente l’aggressore sarà punito. Per questo sono nate associazioni e iniziative per incoraggiare le vittime e a denunciare e reagire.
Si potrebbe fare meglio, se la vittima avesse la possibilità di essere subito aiutata da un avvocato e da un assistente sociale, in grado di consigliarlo e guidarla verso la libertà.
Non possiamo dimenticare che, secondo gli indici ISTAT, ad oggi tra le donne italiane di età compresa tra 16-70 anni, sono state vittime di abusi almeno una volta nella loro vita, la percentuale è del 31,5%, di cui la maggior parte ha subito violenze sessuali e i cui aggressori erano membri della famiglia. Si tratta di dati allarmanti in una società come la nostra, in cui i più deboli dovrebbero essere tutelati con ogni mezzo.
La speranza è che in un futuro sia la legge, sia le scuole, sia le stesse famiglie possano agire nell’ottica di sensibilizzare la popolazione maschile, in modo che di questi episodi si senta parlare sempre meno.

Kathrin San Clemente, V D TUR