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martedì 9 aprile 2019

Racconto - Anime gemelle

Ospitiamo il racconto di una nostra nuova redattrice, Alice Senatore della II E TUR. E' bellissimo! Benvenuta sul Giornalino, Alice! 

Quel giorno sarei dovuto andare a Ferrad, un piccolo quartiere nel mezzo di una grande metropoli, per "guidare" l'anima di una bambina verso il grande "oltre".
Tra me e me pensai che se avessi ritardato di qualche minuto il mio compito non sarebbe morto nessuno e mi misi a camminare tra la gente percorrendo le strade che frequentavo quando ancora ero vivo. Non era cambiato molto, solo qualche negozio e le vetrine stagionali delle solite boutique. Misi le mani nelle tasche della felpa e tirai un lungo sospiro. Non è che essere in vita mi mancasse, ma sentivo la mancanza di tutte le sensazioni che il mondo esterno mi trasmetteva ogni giorno, la mancanza della mia famiglia, le persone a me più care, e la mia -oramai ex- ragazza. Ero morto da quasi due mesi quando la andai a trovare durante una passeggiata, come quella che stavo facendo, per poi scoprire che si era già trovata un nuovo ragazzo (modestamente ero più bello io di lui) e si era completamente dimenticata di me. Nessuna delle mie relazioni passate mi aveva permesso di vedere ciò che mi circondava letteralmente a colori, così mi convinsi che sarei rimasto solo.
Sin da piccolo tutti mi hanno sempre raccontato di cosa si prova a trovare l'anima gemella, di come letteralmente il tuo mondo prenda colore, di cosa si prova quando questi si feriscono o muoiono... ma io non ho mai creduto a nulla di tutto ciò. Ho sempre pensato che fosse solo una storiella inventata per far sentire meno soli i bambini e tutte quelle persone che non avevano nessuno accanto. Pensavo che non esistesse qualcosa come i colori e che tutto ciò che mi circondava fosse solo di una diversa sfumatura di grigio. Arrivai a pensare che forse ero semplicemente solo io a non avere un'anima gemella, qualcuno per cui vivrei e morirei... ma il destino mi portò via la vita prima che potessi dedicarmi a qualcuno in quel modo. Pensai che la mia morte e "trasformazione" in un'anima che va in soccorso delle anime disorientate dopo essere morte fosse parte del mio destino. Pensai che avrei continuato a comportarmi nello stesso modo di sempre e che avrei smesso di pensarci un giorno o l'altro, ma eccomi qui, a camminare come un'anima vagabonda, con le mani nelle tasche della felpa, a pensare "ora che sono morto... cosa succederà alla mia anima gemella se davvero ne ho una?". Lascio sfuggire un lungo sospiro ed accelero il passo giocando occasionalmente con qualche piccolo sasso che incontro sulla strada. Se le persone mi potessero vedere probabilmente verrei classificato come uno di quei ragazzi che salta sempre scuola e che, piuttosto che tornare a casa, si mette a gironzolare per le vie della città senza una meta precisa. Per quanto possa essere errato, avere questo pensiero è corretto. Non penso che molte persone, vedendo un diciassettenne vagabondare per le strade del piccolo quartiere di Ferrad, pensino che sono un imprenditore con moglie e che aspetta soltanto l'ora del prossimo colloquio per guadagnare altri soldi. Chiunque mi potesse vedere non lo penserebbe mai, diciamo anche per gli abiti che indosso. Uno dei miei rimpianti è non essermi vestito in modo elegante prima di morire, non che avessi previsto la mia morte, ma se avessi potuto mi sarei messo in tiro e non sarei mai uscito in jeans con gli strappi, vans consumate, ed una basica felpa larga di una marca qualunque.
A volte vorrei essere meno invisibile agli occhi degli altri...
Dovrei smettere di pensare troppo. La solitudine mi sta dando alla testa.

Continuo a camminare e per distrarmi, penso, visto che non c'è altro da fare. Penso a quali possono essere i vantaggi di essere un diciassettenne morto e solo, ma, udite udite signore e signori, dopo più di venti minuti non ne trovo neanche uno. Anzi uno sí, camminando ora posso evitare di stare attento a schivare pali e persone che mi bloccano il passaggio visto che li attraverso... sì okay, direi che questo è l'unico "vantaggio"... Okay devo davvero trovare qualcosa di positivo in tutto questo.
Cambio strada ed inizio ad andare verso il luogo in cui mi era stato detto che avrei trovato l'anima da aiutare. Più mi avvicino al luogo indicatomi, più la strada diventa meno frequentata fino a svuotarsi completamente quando entro in un piccolo vicolo laterale.
Cambio strada ed inizio ad andare verso il luogo in cui mi era stato detto che avrei trovato l'anima da aiutare.
Più mi avvicino al luogo indicatomi, più la strada diventa meno frequentata fino a svuotarsi quasi completamente quando entro in un piccolo vicolo laterale.

Alla fine di esso probabilmente si trova una strada molto frequentata, vista la grande quantità di rumore proveniente da essa...
Se ritarderò di ancora qualche minuto il mio compito, non succederà nulla. Se quell'anima è in difficoltà ora, lo sarà anche tra una trentina di minuti quindi non cambia molto... Ugh ma chi prendo in giro. Si nota così tanto che non ne posso già più di questo lavoro? Ancora mi domando il perché. Non penso sia per la mia morte precoce- ora che ci penso... come sono morto? Ad essere onesto non me lo ricordo neanche... Questo da una parte può essere un vantaggio, visto che, non sapendolo, non posso torturarmi pensando a tutti i modi in cui avrei potuto evitare la morte, ma anche uno svantaggio poichè, non solo questo, ma tutti quei ricordi precedenti ad essa sono completamente inesistenti. È come se il giorno della mia morte non fosse mai accaduto.
Mi è capitato di incontrare altri spiriti aventi il mio stesso compito e tutti loro si ricordavano tutto perfettamente tranne, esattamente come me, quei precisi ricordi. A loro non importava molto. Mi dissero "Se devo essere onesto, a me basta avere ancora del tempo per poter 'vivere' e vedere le persone a me care." e da una parte, come ho già accennato in precedenza, sono d'accordo con loro, ma vorrei comunque sapere cosa è successo, chi ho incontrato, cosa ho visto, cosa ho sentito, cosa ho provato... poi però la giornata finisce e questo "perché" rimane lì, in sospeso nell'aria. Arriva il giorno seguente, ho una nuova anima da soccorrere, non trovo una risposta e il tutto si ripete ancora, ancora, ancora ogni giorno.
Mia madre mi diceva sempre che ero un testardo e che non mi davo per vinto fino a quando non ottenevo ciò che desideravo. Le davo sempre contro e cercavo di smentire le sue affermazioni, ma credo che in fondo avesse ragione.

Continuo a camminare per il vicoletto e dopo poco raggiungo la strada da cui provenivano le voci. Davanti ai miei occhi si trova una mandria apparentemente infinita di persone e dalle loro espressioni, e dai toni di voce, deduco siano tutti in ritardo per qualcosa di discreta importanza. Non mi preoccupo di scansarmi per far passare le persone, vista la mia bassa anzi meglio dire inesistente tangibilità. Penso sia ormai chiaro il fatto che le persone mi passano attraverso. Anche se non sento nulla è comunque strano vedere un braccio o due attraversarti da parte a parte lo stomaco.
Ora che osservo bene le persone attorno a me forse non sono in ritardo, sembra quasi il centro di una protesta o di una manifestazione. La mia voglia di scoprire mi assale ed eccomi qui, all'inizio di un corteo contro non so bene cosa, ed ecco anche la polizia che viene nella mia direzione per placare, fermare o bloccare il passaggio delle persone.
Un poliziotto si ferma davanti a me ed inizia a parlare. Per un attimo penso stia davvero parlando a me e che sia in grado di vedermi, ma una mano proveniente dal mio fiano destro stringe la sua e realizzo che, no, non può vedermi neanche lui.
Avendo trovato una risposta alla mia attuale domanda sul perché ci fossero tutte quelle persone, decido di tornare indietro e riesco a convincermi che non mi sarei fermato da nessun'altra parte e che sarei andato ad aiutare l'anima che mi era stata assegnata, ma qualcosa mi distrae dai miei pensieri. Con la coda dell'occhio noto un'aura turchese.
Vedendo tutto il mondo in bianco e nero ci si stupisce abbastanza quando si vede un colore che non sia la milionesima sfumatura di grigio.

Notando quest'aura, mi volto. Voglio sapere a chi appartiene, ma... non appena mi volto nella sua direzione, l'aura sparisce e al suo posto tutto ciò che mi circonda ha preso colore. Il mio cervello da adolescente ci mette qualche secondo per elaborare ciò che è appena successo e quando lo fa, la prima frase che mi passa per la mente è: "tutto ciò non ha senso!!".

L'aura colorata, da quanto mi avevano raccontato, serviva ad aiutare le persone a riconoscere la propria anima gemella anche se ci si incontrava in un luogo molto affollato, ma ovviamente, con la grande fortuna che mi accompagna, non ho la più pallida idea di chi questa persona sia o di che aspetto abbia o cosa indossasse. Nulla. Nemmeno il più piccolo e comune particolare. Rimango ancora qualche minuto a guardarmi in giro cercando quella persona, ma con scarsi risultati. Tiro un lungo sospiro, mi tiro su il cappuccio della felpa, metto le mani in tasca e vado, finalmente aggiungerei, verso il luogo segnalatomi e cerco di ignorare ogni possibile distrazione, ma ciò che è appena successo è difficile da lasciare in disparte senza dargli peso o importanza. Infatti mi ritrovo ad elaborare ripetutamente ogni scena nei miei ricordi. Mentre cammino ed elaboro i dati a mia disposizione, mi rendo conto di cosa ciò significhi davvero. Avrò pur trovato la mia anima gemella, ma io sono morto... e lui/lei no. A questo pensiero la mia mente si ferma e così anche il mio corpo.

Alice Senatore, II E TUR

giovedì 4 aprile 2019

Racconto - Un giorno qualunque del 2039

Il sole è di nuovo sorto nel mio piccolo paese situato sopra le montagne della Liguria.
Mi alzo e mi dirigo verso la cucina per consumare il primo pasto della giornata. 
Mentre bevo il caffè che mi darà la forza di mantenere la concentrazione al lavoro, ripenso a quando vivevo a Genova.
Purtroppo il riscaldamento globale ha causato l’innalzamento del livello del mare, e ora la valle ai piedi di queste montagne è diventata un’enorme distesa d’acqua.
Scaccio dalla mente i ricordi e i brutti pensieri e vado a vestirmi.
È aprile, ma ci sono già 42° all’esterno, quindi indosso una gonna, una maglietta rosa, prendo la borsa ed esco di casa.
Ho da poco acquistato la mia nuova moto elettrica fluttuante, quindi spostarmi da casa al mio posto di lavoro diventa molto più semplice. Prima, dato che ogni giorno devo recarmi sul monte vicino e la valle è sommersa dall’acqua, ero costretta a prendere il traghetto.
Passo circa sei ore della mia vita, ogni giorno, in un bar in una piccola cittadina di circa 100.000 abitanti.
Ormai consumare un pasto completo è diventato obsoleto, la maggior parte della gente consuma solamente una pillola proteica che le dà l’energia sufficiente per tutta la giornata.
Dopo circa un’ora di lavoro, mi appoggio al bancone in legno di ciliegio e leggo su internet alcune notizie del giorno. Solite cose… “Temperature di 20° sopra le medie stagionali” “Desertificazione delle regioni continentali del pianeta” “Estinzione di oltre 2000 specie animali”
Mi sembra ieri che con mamma e papà andavo in gita allo zoo e vedevo le giraffe… ora delle giraffe non c’è neanche più l’ombra.
Vengo interrotta da una scontrosa cliente che vuole una pillola al gusto di pasta al sugo.
Mi viene da piangere a pensare a quando la nonna mi cucinava l’arrosto e le polpette, ma soprattutto mi rattrista il pensiero che le nuove generazioni non consumeranno mai un pasto completo ma solo pillole, pillole, pillole!
Guardo l’orologio, sono le tredici, appena arriva il mio collega esco e mi dirigo verso casa della mia migliore amica.
Fa talmente caldo che anche girare con la moto fluttuante diventa un’impresa. Il traffico aereo è sempre intenso nell’ora di punta. Tutti sempre di corsa, auto che sfrecciano ovunque, è molto pericoloso.
Impiego ben venti minuti per arrivare a casa di Manu.
Io e lei siamo amiche da ben trentatré anni. Abbiamo sempre vissuto come vicine di casa, e abbiamo condiviso tutti i momenti, belli e brutti, delle nostre vite.
Eravamo insieme quando sono diventata maggiorenne, quando mi sono laureata, ma anche quando siamo dovute fuggire perché il mare stava ricoprendo il nostro quartiere, come se fosse una piscina che si riempie a vista d’occhio.
E ora, siamo sedute sul suo terrazzo e scrutiamo lo sconfinato orizzonte.
“Una volta, da qua, si intravedeva la Corsica… Ti ricordi quando siamo state in Corsica?” mi chiede.
“Come dimenticare, avevamo quattordici anni ed eravamo entusiaste all’idea di prendere il traghetto”rispondo.
Ogni istante della mia vita lo passo a ricordare i momenti felici della mia adolescenza, per dimenticarmi del degrado che ho attorno.
Ora tutto è cambiato, il mondo è cambiato.
Al posto dei telefoni cellulari abbiamo dei dispositivi di alta ingegneria informatica che utilizzo per guardare le vecchie foto.
Sono le sei, torno a casa, saluto Manu e mi dirigo verso la villa dall’altra parte della strada, dove mi aspetta mio marito con il mio cane Vicky.
Vicky ha venticinque anni. I progressi scientifici hanno permesso l’allungamento della vita di almeno 50 anni per ogni essere vivente, soprattutto per prevenire l’estinzione di numerose specie.
In casa, Marco mi aspetta a braccia aperte. Consumiamo entrambi una pillola al gusto di pollo e ci sdraiamo in giardino a guardare le stelle.
Oggi sembrano più vicine e più belle di quanto lo siano mai state. Stringo nella mia mano quella di Marco, l’uomo che amo di più in questo mondo, nel quale siamo rimasti davvero in pochi.
Quella sulla terra, per tanti, non è più vita, ma sopravvivenza, sopravvivenza in un pianeta sciupato, senza più risorse, vuoto come il cuore delle persone che l’hanno distrutto.
Mi reco a letto, mi copro con un lenzuolo e cerco di addormentarmi.
“Forse domani sarà migliore” dico sottovoce, chiudo gli occhi e cado in un sonno profondo.


Sara Delponte, II A LES


martedì 8 gennaio 2019

Specchio a specchio tra ballerine

Il nostro Giornalino è anche una palestra di scrittura creativa e offre la possibilità, a chi ama scrivere, di pubblicare i propri racconti o poesie. Oggi vi proponiamo un bel racconto di Micol Bellinghieri, che ci porta nel mondo della danza, mostrandoci come una passione vera possa vincere tutti gli ostacoli.
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Specchio a specchio tra ballerine


“Ciao, mi presento: sono Alexa, una ragazza che vuole intraprendere il suo sogno da quando è una bambina ma che purtroppo non ne  ha avuto la possibilità, per una malformazione alla coscia destra... Sì, il mio sogno è diventare una ballerina, non mi importa del successo, voglio soltanto esprimermi e dimostrare a tutti quello che sono realmente. Ora ogni ballerina mi potrà dire: “Beh  che c’entra! Si può diventare ballerina anche senza alcune parti del corpo, come ad esempio Simona Atzori, ballerina famosissima, senza braccia ma molto brava. Essere una ballerina significa saper ballare, sì, ma non solo, vuol dire saper esprimere con tutta l'anima quello che si prova, può essere amore, passione, malinconia, rabbia… non importa: l'importante è provare qualcosa.
Sì, avete ragione se avete pensato a questo ma io ho paura... Sì, avete capito bene, ho paura di non riuscire ad esprimermi, ho paura che le altre ballerine del mio corso o comunque chi mi veda non mi sappia capire e la cosa più paurosa che temo è quella di sentire le altre ragazze prendermi in giro vedendomi con le collant aderenti e sentire "guarda quella ahahaha ha una coscia più piccolaaa”. Sì,  ho paura, lo ammetto”.

Questo è quello che avevo scritto sul mio diario segreto...

Erano passate due settimane e oramai chi cavolo ci pensava più a quello che avevo scritto?! Era la sera del 15 settembre quando arrivò mia madre ponendomi  domande sulla danza e io avevo l'ansia, perché già immaginavo che avesse letto di nascosto il mio diario, lo avevo capito dalla frase: “Se  tu iniziassi danza, sono sicura che le altre ragazze non ti direbbero niente”, io non ci volevo credere, ma ad un certo punto lei mi disse: “Sai l'ho letto, non volevo ma l'ho letto; sappi che io sono tua madre, colei che ti ha fatto e ti amerò per sempre”. Avevo capito che l'aveva detto per darmi fiducia e farsi dire quello che avevo scritto. Così, per farla felice, le dissi: “Okay, da domani voglio andare a danza!”. Mi misi a letto sotto le coperte, a pensare a come comportarmi con l'insegnante e soprattutto con le altre ragazze.
Ed ecco arrivare il giorno tanto atteso: mi presentai lì in accademia alle 11, come mi avevano chiesto, e nel frattempo sentivo il cuore esplodere. Mi fecero entrare nella sala di danza, dove c'erano le altre ragazze. Eravamo tutte vestite uguali, mi sentivo felice, molto. Arrivò l'insegnante, molto giovane, bella e dolce, che mi disse: “Piacere, Gaia” ed io “Piacere, Alexa”. Tutte le altre non avevano notato la mia gamba, erano simpatiche con me, ad un certo punto Gaia disse: “Alexa, vai al centro della sala e inizia a fare quello che ti senti sopra queste note di Ultimo”. Iniziai a ballare con l'ansia,  ma mi sentivo in estasi e, waoo! non mi avevano detto niente! Ma ad un certo punto sentii una ragazza molto bella e molto magra dire: “Ma, ragazze, sarà anche brava a ballare, ma è malformata!”. Sentii il mio corpo gelare, non vidi più nulla dalle lacrime ferme sul bordo dell'occhio ma che mi stavano per scivolare. Iniziai a correre, me ne andai fuori dalla sala e mi sedetti su delle scalette. Arrivò l'insegnante e mi disse di non ascoltarle, che le avrebbe messe in castigo, che una vera ballerina non si ferma alla prima battutina di una ragazzetta… Così mi sentii più carica, sempre triste però con forza e determinazione. Rientrate in sala e mi fece ripartire... Finita lezione mi prese da parte l'insegnante e mi chiese se volevo essere la nuova protagonista del saggio di fine anno. Io dissi di sì, ovviamente, era il mio sogno.

Trascorsi tre mesi, facendo ogni giorno allenamento, sentendo critiche sulla mia malformazione e facendo ogni giorno pianti sotto le coperte, arrivò il giorno della “tabella”, cioè un foglio con su scritto le parti di ognuna. La ragazza smorfiosa disse subito: Tanto si sa già, sarò io  la protagonista”, invece, appena arrivato il foglio, vide che lei era dietro di me e che la protagonista ero io! Dovevo fare un pezzo da sola, su un palco immenso, davanti a tutti: ero super felice.
Lei scoppiò a piangere dalla rabbia, andò su tutte le furie, ma la mia insegnante sia arrabbiò e disse che per guadagnarsi il posto da protagonista ci si deve impegnare, mantenere sempre la calma, rispondere bene e soprattutto portare rispetto per le altre compagne.

Ormai mancavano 3 giorni al saggio… Mamma mia che ansiaaa!!!

Ecco  il 23 dicembre: è arrivato il momento di salire sul palco. Vedo tutta quella gente, inizio ad agitarmi, ma mi vengono subito in mente le parole della mia insegnante, così inizio a caricarmi e a dare il meglio di me stessa.
Finito il balletto, andammo nei camerini. Tutte le ragazze mi chiesero scusa per le battutine, tranne una, la smorfiosa, ma improvvisamente sentii una voce che mi chiamava. Andai verso lei: era la smorfiosetta, non ci potevo credere! Si era pentita, mi stava chiedendo scusa per tutto. Ero strafelice... Uscii dal teatro e mi misi a ringraziare mia madre per avermi costretto a iscrivermi a danza, e ringraziai anche la mia insegnante, pronta ad INSEGNARE che ballerine si diventa solo se credi a te stessa e nel tuo sogno, e io, ormai, ci credevo.

Micol Bellinghieri, I A LES 

domenica 10 maggio 2015

LA CONQUISTA DEL WEST - Un racconto da un altro punto di vista


Sei sicura di quello che stiamo facendo?” - mi chiese
Certo che si, altrimenti non saremmo qua” - risposi sarcasticamente.
Guarda laggiù! Potremmo chiedere a lui, mi sembra il capo tribù”
Proviamo..”
Ci avvicinammo, titubanti e insicuri che si spaventasse nel vedere qualcuno di così insolito nei pressi del suo villaggio, avevamo la faccia troppo da stranieri.
Mi scusi..”
Chi siete? Americani? Via via! Noi non vi vogliamo qui”
Ci scusi, no, non siamo americani, siamo italiani. So che per lei sembra una cosa strana, ma noi veniamo dal futuro”
Dal futuro? Ma voi siete pazzi! Via via, altrimenti vi farò sacrificare”
Mi ascolti. Qualcosa è successo nella nostra epoca e sono state cancellate tutte le storie sulla conquista del vostro territorio. Gli unici due che sono a conoscenza della situazione siamo io e il mio collega qui presente, ma se dovessimo mai raccontarlo saremmo direttamente chiusi in un ospedale psichiatrico a vita. La prego, abbiamo bisogno della sua testimonianza per riportare la storia alla realtà.”
Anche io dovrei considerarvi dei pazzi, ma sento di potermi fidare di voi, quindi vi racconterò cosa ci è successo in questi anni, a causa dei colonizzatori”
La ringrazio di cuore” - dissi sorridendo ed estraendo il registratore dalla tasca.
Per le penne del mio copricapo, cos'è quell'oggetto?”
E' una videocamera.. ecco.. lasci stare”
Mi guardò stranito ma decise di lasciar perdere.
La nostra vita ha sempre proceduto in maniera tranquilla nei nostri territori. Noi pellerossa vivevamo in pace, di caccia e lavoro, mentre le nostre donne si occupavano delle tende e dei bambini. Nel corso degli anni però, gli Americani pian piano acquistarono territori fino ad arrivare da noi. L'acquisto dei nostri territori ha facilitato così la colonizzazione del nostro popolo, spingendo le loro famiglie ad emigrare nel nostro territorio. A noi però non piacque molto il loro modo di vivere; privatizzarono le terre, fecero uso di ordigni agricoli, che, bleah, lasciate stare... Eravamo così indignati dal vedere che i nostri territori di caccia si riducevano sempre più... Così decidemmo di ribellarci, e lo stato americano ci inviò il loro esercito. Maledetti bianchi, risolvono sempre tutto con la forza!Così il capo tribù Tucumseh “arruolò” molti di noi per combatterli, ma loro erano ovviamente molto più forti di noi. La nostra sconfitta li fece avanzare, deportandoci tutti oltre il Mississippi. Ci hanno costretti a vivere tutti insieme, tribù nemiche a contatto che non hanno fatto altro che distruggere la nostra vita. Inoltre, le malattie portate dagli stranieri, non conoscendole, presero il sopravvento, e ci decimarono. Ci perseguitarono per via delle nostre abitudini religiose perché tutti noi dovevamo essere devoti al loro unico Dio.. Non accettavano la nostra diversità, così hanno deciso di sterminarci, di imporre il loro volere, perché è questo che l'uomo bianco ha sempre fatto da generazioni, non accettare ciò che è diverso da loro. Qui ci è rimasto poco e niente, qualche famiglia, qualche piccolo spazio, e un sacco di uomini bianchi a cui dobbiamo sottostare. Questa colonizzazione è stata solo un beneficio dell'uomo bianco, nessuno ci ha ascoltati, nessuno ha pensato che forse eravamo diversi e non potevamo comprendere una società e una tradizione differente. Ma una cosa i bianchi non hanno avuto in confronto a noi, e sto parlando di dignità e di rispetto nei confronti di chi non ha il tuo stesso colore di pelle, o che non mangia come mangi tu, o che non parla la tua lingua, o che non prega il tuo Dio. Lei, signorina, non può comprendere la sofferenza del veder sterminare e conquistare ciò che è tuo da generazioni, ciò che tuo padre, e prima ancora tuo nonno hanno mantenuto rigoglioso con fatica. Mi sento a volte così inutile, sa, perché mi sembra quasi di aver mancato di rispetto ai miei antenati per non essere riuscito a evitare questo disastro, e vivo ogni giorno pregando che lassù mi perdonino per essere stato un buono a nulla.”
“Io ero già al corrente di tutto questo, e le assicuro che verranno molti altri conflitti nel futuro che riguarderanno anche lo stato dove noi risiediamo. Purtroppo non gliene posso parlare perché altererei l'equilibrio tra presente e futuro. Volevo solo dirle di essere fiero, perché non è colpa sua se tutto questo è avvenuto, ma è grazie a lei se nel futuro le prossime generazioni potranno continuare a ricordare ciò che è successo a lei ed ai restanti nativi che sono stati privati persino della propria terra. Non so come ringraziarla di aver occupato il suo tempo per noi, e di essersi fidato di una straniera.”
I suoi occhi mi ricordano quelli di un lupo, l'animale a cui sono molto devoto, il mio simbolo. Arrivederci, e tenga stretto ciò che possiede, i suoi cari, la sua terra.”
Oggi ho imparato molto da lei, pur conoscendo già gli avvenimenti, e solo grazie ad un parere di chi ci ha vissuto, e non solo dai racconti storici che sono arrivati fino a noi, ho capito veramente quanto potesse essere straziante. Arrivederci, abbia cura di lei”
Arrivederci”. Mi sorrise e abbassò lo sguardo mentre mi allontanavo.
Erica Benassi IV ET

domenica 12 maggio 2013

Un racconto di Luana Musumeci: Pallidi e assorti, noi sposi derelitti


Ieri c'è stata la premiazione del concorso CRESCERE IN COMPAGNIA. Purtroppo sul podio non è salita la nostra Luana Musumeci (V Iter), per cui tutti noi facevamo il tifo. Ma il suo racconto è talmente bello, ORIGINALE e poetico che riteniamo giusto pubblicarlo qui, per condividere con i nostri  lettori il talento di Luana. 

Eccolo, quindi, e buona lettura!

Pallidi e assorti, noi sposi derelitti


La città di Genova: inevitabilmente legata al mare, suo unico ed eterno amore, suo sposo lontano.
Un amore bizzarro, un amore che, secondo la leggenda, ha teso una trappola a Ianua, città-donna, e ha permesso che si macchiasse dei peccati umani.
Una storia mai ascoltata, che proprio Ianua decide di rivelare.
La leggenda parla di lei, e di quanto fosse grande il suo amore per il mare, di come questo amore morboso, con le sue sciocche gelosie e le sue infondate illusioni, l’abbia spinta oltre.
Il mare del porto genovese, con il suo strano colore, ricorderà per sempre a Ianua ciò di cui si è macchiata, ciò che tutt’oggi le permette di confondersi perfettamente fra gli umani: tutti peccatori, tutti con amari errori alle spalle.

Forgiata dal mare, nutrita dal sudore di uomini che del porto e delle barche fecero mestiere; sola, nel mio abisso profumato di salsedine, fra i gorgoglii inquieti delle acque ed i silenzi austeri delle montagne.
Nei terrazzamenti il basilico odoroso, nei prati incolti il giallo acceso delle ginestre; terra di sole, di un mare azzurro come il cielo. Terra che incute timore, quando infuria la tempesta e ferisce la sua pioggia, graffiante, come gli artigli di un grifone.
Avrete già sentito parlare di me, della Repubblica che non riconosce superiori: sono Genova; sono la Superba.

Cammino rasente a questo muro che per lunghezza pare infinito e che per altezza, di primo acchito, è almeno due volte più grande di me; lungo tutto il suo seguitarsi cocci aguzzi di bottiglia riflettono l’intrecciarsi di luci vermiglie e scarlatte, figlie di un’alba puntuale e silenziosa.
All’improvviso le mie narici vengono stuzzicate da un profumo così buono da indurmi a fermare la rapida marcia verso il mare: questa è senza dubbio la focaccia di uno dei forni che prima dell’alba cuociono i loro impasti. Hanno già aperto: non sia mai che perdano un cliente!
Mi piacerebbe essere la prima ad assaporare la focaccia ancora calda, profumata, appetitosa, ma non posso proprio: devo correre al porto, verso il mio mare, con le navi che partono e quelle che attraccano.
Il motivo del mio vanto è anche la ragione della mia spossatezza e della mia eccessiva irritabilità; la città è il porto, e dà il suo bel da fare ogni giorno.
Per fortuna non sono molto lontana dalla mia meta: mi basta attraversare solo qualche breve ed angusto carruggio, nel dedalo del mio centro storico, per raggiungere Via San Lorenzo.
Qui, le saracinesche grigie di qualche bar e di qualche tabacchino sono già sollevate per soddisfare le richieste dei lavoratori più mattinieri: c’è chi ha voglia di un caffè, chi di un cornetto, o chi semplicemente ha bisogno di un biglietto dell’autobus o di un pacchetto di sigarette.
Mi affretto, e arrivo alla fine di Via San Lorenzo. Davanti a me, adesso, è un tumulto di etnie.
Genova è così da anni, ormai: sotto i portici si alternano vecchi locali italiani e nuovi negozi gestiti da asiatici o sudamericani, che si parli di vestiti o gastronomia, e di fronte un piccolo mercato di frutta e verdura che verso sera viene sempre animato da una vivace musica latina; qualche passo più avanti c’è il Palazzo San Giorgio, una costruzione che mi sta particolarmente a cuore, siccome un tempo vi erano conservate le monete della Repubblica come i Genovini, i Ducati e gli Scudi. Ricordo che gli inglesi furono perfino disposti a pagarci per avere sulla loro Sterlina l’effigie del santo che uccide il drago!
Più avanti ancora svetta il piccolo cartello con la M bianca su sfondo rosso della metropolitana: ultimamente, da quando hanno completato la fermata di Brignole, è tutto più rumoroso ed irrequieto da queste parti; e vogliamo parlare di tutte le macchine che sfrecciano sulla Sopraelevata?
Ogni volta che intralcia la mia vista, impedendomi di ammirare il porto in tutta la sua integrità, non posso fare a meno di fermarmi e rimuginare su come fosse prima.
In passato ti ritrovavi immediatamente al cospetto del mare, sentivi i suoi placidi gorgoglii, ti lasciavi ammaliare dal docile ondeggiare dei gozzi dei pescatori e riconoscevi perfettamente ogni increspatura dell’acqua; quando c’è tanto vento mi appare come una carta velina accartocciata, di un colore verde intenso, simile a quello del pesto battuto nei nostri mortai di marmo.
Senza Sopraelevata, io ed il mare, saremmo rimasti gli sposi scorbutici ed un po’ chiusi di sempre, ma bellissimi, l’uno al completamento dell’altra. Purtroppo, però, una città deve crescere, seguire i ritmi del mondo e cercare di non restare mai troppo indietro.
Vorrei raccontarvela, la storia mia e del mare: di Genova e del suo sposo.
È una storia che non parla di questa Sopraelevata, che è solo uno dei tanti ostacoli fra me e il porto; parla, piuttosto, di come sia facile cadere vittima di gravi errori per chiunque, anche per una città-donna come me.
Aprite bene le orecchie, perché avrete la fortuna di ascoltarla soltanto una volta, e soltanto dalla mia voce.
È una storia di cui soltanto io conosco la trama, e la vera fine.

Correva il tempo antico e sanguinolento dei corsari, quando i galeoni solcavano oceani infiniti e profondi, neri come l’abisso.
Non esistevano mari di cui si potesse vedere il fondo.
Semplici chiazze nere come catrame a separare terre lontane, celarne di sconosciute.
Si narra di una bella fanciulla dai capelli di rame e gli occhi come legno di quercia, di giovane aspetto, ma dal lungo passato.
Aveva una voce da usignolo, ed era solita passare le sue giornate sul promontorio da cui tuttora si erge fiera la Lanterna, cantando per richiamare a casa i marinai, come fosse una sirena. Una sirena buona, al contrario di quanto gli antichi poemi epici ci insegnano.
Nei momenti di quiete, poi, se ne rimaneva ad ascoltare i suoni nervosi del mare, ad osservare le onde nere infrangersi contro gli scogli e lacerarsi in spuma bianca, finché non scendeva la notte.
Quando arrivava il buio, ed il mare si legava al cielo in una macchia di oscurità unica ed indivisibile, la fanciulla smetteva di cantare, invidiosa di quell’unione così perfetta, gelosa della notte, che rapida scendeva e del suo mare si impossessava. 
La chiamavano Ianua, quella fanciulla, perché come la più antica divinità italiana, Giano, lei mostrava due volti: di giorno cantava felice, innamorata di quelle acque così meravigliosamente misteriose, di notte era triste, insoddisfatta del colore delle acque, la voce non osava abbandonare il suo corpo e gli occhi rimanevano assorti in quell’immensità nera, iniettati di invidia.
Una notte, la luce fioca della Lanterna si spense, e Ianua, completamente al buio, si rese finalmente conto di cosa significasse “essere infiniti”; sentì l’invidia ribollirle nel sangue, e rimase fortemente turbata da quell’unione imperterrita di mare e notte, che di fronte ai suoi occhi si consumava.
Quella stessa notte, la fanciulla, decise di cambiare colore al mare.
La leggenda nella leggenda racconta che il mare avesse perso la propria lucentezza e fosse divenuto nero in seguito alle tre guerre puniche, e che nessuno, ovviamente, ricordasse il suo colore originario. Così, Ianua, volle ispirarsi a quel tessuto grezzo e resistente che da qualche anno, in porto, veniva utilizzato per coprire le merci, e scelse il blu.
La fanciulla voleva tornare ad essere la sola sposa del mare, separarlo per sempre dalla notte nera: era nata dalle onde, e dalle onde voleva rimanere avvolta ed incatenata.
La mattina dopo, al porto, due marinai le porsero un saluto e le raccomandarono di andare al promontorio e cantare, anche quando il sole sarebbe scomparso ad ovest.
Ormai cieca d’invidia, Ianua si soffermò soltanto sul colore dei loro occhi: un blu intenso, eppure limpido e luminoso. Il blu del mare.
Riuscì a salutarli a malapena, e solo quando li vide allontanarsi si accorse di un terzo marinaio sul peschereccio; cercò subito di vederlo in volto, ma trovò soltanto la sua schiena ampia e le sue spalle olivastre.
Eppure non volle dare molta importanza al terzo marinaio, e se ne rimase sul promontorio a fissare l’orizzonte, impegnata nello sforzo di ricordare nei minimi dettagli il blu perfetto di quegli occhi.
Cantò, per ore che le parvero interminabili, finché il sole non scomparve.
Verso sera non smise di cantare perché la notte stava per arrivare e averla vinta su di lei ancora una volta: era sicura, Ianua, che il blu fosse il colore del mare anche prima delle guerre puniche, ed immaginandolo così, non poteva far altro che innamorarsi sempre di più, non poteva che essere vilmente disposta a sacrificare la vita di altri, per riavere indietro il suo sposo.
Se smise di cantare, fu proprio per sacrificare quelle vite.
Perso nel buio e nel silenzio creati da Ianua, il peschereccio ci mise poco a schiantarsi contro gli scogli aguzzi e ad essere inghiottito da tumultuose lingue d’acqua scura assieme ai tre marinai.
Dal promontorio, intanto, la fanciulla vide l’acqua farsi a poco a poco più chiara, attingendo dagli occhi dei marinai.
Rise di gusto, quando vide crearsi una linea netta fra il mare e la notte.
Blu: vicino al nero della notte, e all’azzurro del giorno, per schernire il cielo nel migliore dei modi.
Felice, attese il ritorno del sole, con il viso accarezzato dalla brezza fresca e le narici stuzzicate dal profumo di salsedine, gli occhi rivolti ad est.
Quando il sole fu alto in cielo, tutti i mari del mondo erano colorati di blu.
Tutti, tranne quello amato dalla fanciulla.
Se ne rimase a piangere sul promontorio, pallida, con le mani nei capelli, gli occhi feriti da quel colore insolito.
Ianua non aveva mai considerato la possibilità che gli occhi del marinaio dalla pelle olivastra potessero essere di un altro colore, e che quindi non appartenessero al mare.
Ianua non si era resa conto di come l’invidia l’avesse consumata, e di come le avesse rubato il mare del porto, dipingendolo di verde.
Ciò non bastò a farle smettere di amarlo, perché quelle acque restarono lo specchio della sua invidia, della sua anima, solo sue, legate a lei e dai suoi peccati alimentate.
E così, superba, Ianua continuò a contemplarsi, specchiandosi nelle acque torbide, senza mai riuscire a vedere il fondo.

Questa, signori, è la mia storia, la storia di Genova, Ianua, la donna-città, e del mio vero e unico amore: il mare del mio porto.
Non dimenticatela e mi comprenderete. Se mi comprenderete, imparerete ad amarmi.

Luana Musumeci