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giovedì 4 dicembre 2014

L'ITALIA E L'ALFABETIZZAZIONE 4) Il Maestro Manzi in 10 numeri


 Il Maestro Manzi in 10 numeri

ll 4 dicembre 1997 ci lasciava il maestro Alberto Manzi. Anzi, il Maestro, con la m maiuscola, il conduttore dello storico programma di alfabetizzazione della Rai “Non è mai troppo tardi” (1960 – 1968), la trasmissione nata dalla collaborazione tra la Rai e il Ministero della Pubblica istruzione, per consentire agli adulti analfabeti di conseguire la licenza elementare.
Ecco 10 numeri per ricordare, svelare, comprendere meglio il fenomeno “Non è mai troppo tardi” e il suo protagonista, il maestro Manzi

2000 I punti d’ascolto che la Rai istituì nei bar, nelle Case della cultura, negli oratori, perché tutti potessero seguire le lezioni serali del maestro Manzi.

19 L’ora di messa in onda del programma in tv, l’orario fu scelto per consentire anche ai lavoratori di “frequentare” le lezioni

1.400.000 Gli italiani che, secondo le stime ufficiali, hanno preso la licenza elementare grazie alle “lezioni elettroniche” del maestro Manzi

484 Le puntate di “Non è mai troppo tardi”andate in onda dal 1960 al 1968.


72 I Paesi che hanno adottato la formula del programma.

20 Le estati in cui Manzi si recò nella foresta amazzonica per insegnare a leggere e scrivere agli Indios, con l’appoggio locale di alcuni missionari salesiani.

32 Le lingue in cui fu tradotto “Orzowei”, il romanzo di maggior successo scritto da Alberto Manzi, portato in tv dalla Rai nel 1977.

1996 L’anno dell’ultima collaborazione del maestro con la tv, con il programma “Curiosità della lingua italiana”, 40 puntate per raccontare caratteristiche e curiosità della lingua italiana agli italiani all’estero e agli studiosi stranieri della nostra lingua.

Ecco una copia dell'Alfabetiere distribuito dalla ERI ai "tele-scolari"



8 Le volte che il maestro è finito sotto il Consiglio di disciplina nel corso della sua carriera. Il motivo? E’ all’ultimo punto…

0 I voti sulle pagelle messi dal maestro: Manzi li rifiutò per tutta la vita.

Un bellissimo documentario sul maestro Manzi qui

(immagini e informazioni ricavate dal sito RaiCultura)

La Redazione

L'ITALIA E L'ALFABETIZZAZIONE 3) La scolarizzazione dai primi del '900 alla Costituzione


Primo Novecento
Si iniziano a vedere gli effetti positivi, se pur limitati, del sistema scolastico. Scende l'analfabetismo e compare per la prima volta il fenomeno della disoccupazione intellettuale. Il dibattito di quegli anni, destinato sul momento a non avere conseguenze pratiche, è particolarmente vivace sui temi della proposta della istituzione di una scuola media unica, sulla quale furono rilevanti le opinioni di Giovanni Gentile e di Gaetano Salvemini, e sulla questione della laicità della scuola.

La legge Orlando (1904)
La legge Orlando prolungò l'obbligo scolastico fino al dodicesimo anno di età, prevedendo l'istituzione di un "corso popolare" formato dalle classi quinta e sesta. Impone ai Comuni di istituire scuole almeno fino alla quarta classe, nonché di assistere gli alunni più poveri ed elargisce fondi ai Comuni con modesti bilanci. I problemi della scuola sono al centro di un vivace dibattito culturale che vedono coinvolte riviste come "La voce" di Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini; principali oggetti di dibattito sono le proposte di riforma della scuola media inferiore e la questione dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole elementari.

La legge Daneo - Credaro
La legge Daneo-Credaro, votata nel 1911 durante il ministero Giolitti, rese la scuola elementare, fino ad allora gestita dai comuni, un servizio statale, ponendo a carico dello stato il pagamento degli stipendi dei maestri elementari, così da poter disciplinare l'obbligo in modo più vigoroso anche in quelle realtà locali molto disagiate in cui i bilanci comunali non avevano consentito, in precedenza, una corretta organizzazione della scuola. La sua applicazione fu problematica anche per il sopraggiungere della prima guerra mondiale.

La riforma Gentile (1923)
Nel primo governo Mussolini (1922-1924) è Ministro della Pubblica Istruzione il filosofo Giovanni Gentile. La sua nomina ed il suo operato segnano la convergenza tra cultura neoidealista e buona parte degli ambienti cattolici. Espressione della borghesia conservatrice, la riforma Gentile (definita da Mussolini "la più fascista delle riforme") prevedeva cinque anni di scuola elementare uguale per tutti, frequentata da tutti gli aventi diritto con iscrizioni in base all'anno di nascita. La scuola elementare aveva scansione 3+2, preceduta da un grado preparatorio di tre anni (scuola materna), e seguita da un grado successivo chiamato scuola media inferiore, con diversi sbocchi, seguito a sua volta dalla scuola media superiore, di tre anni per il liceo classico, di quattro per il liceo scientifico, di tre o quattro anni per i corsi superiori dell'istituto tecnico, dell'istituto magistrale e dei conservatori.
Le scuole medie acquisivano un sistema a "doppio canale": da un lato un canale che consentiva, o meglio impegnava il giovane al proseguimento degli studi alle scuole superiori per ottenere un titolo di studi valido (per accedere a questo canale lo studente doveva superare uno specifico esame di cultura generale), dall'altro un canale che immetteva direttamente lo studente, al termine dei tre anni, nel mondo del lavoro senza consentire un proseguimento degli studi.
La riforma Gentile portava comunque l'obbligo dello studio a 14 anni di età.


Istituzione della scuola di avviamento professionale (1928)
Nel 1928 il ministro Giuseppe Belluzzo, con il Testo Unico n. 577, istituì la Scuola di avviamento professionale al posto dei corsi postelementari e la scuola complementare.

La carta della scuola (1939)
Proposta di riforma complessiva del sistema scolastico dovuta al ministro Giuseppe Bottai. Esprime la consapevolezza della necessità di una scuola di massa, distinta e gerarchizzata al suo interno, per le esigenze dell'economia e del regime. Anche a causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale, rimase sulla carta, ad eccezione della legge del 1940 che creava la Scuola media, triennale, unificando i corsi inferiori di Licei, Istituti tecnici ed istituti magistrali, ma lasciando permanere un secondo canale costituito dalla Scuola di Avviamento professionale.

La scuola nella Costituzione del 1948

Nella Costituzione della Repubblica Italiana (art. 34) viene stabilita l'istruzione pubblica, gratuita e obbligatoria per almeno 8 anni. Viene sancita la libertà di istituire scuole "senza oneri per lo stato" formula che avrà una interpretazione controversa nei decenni successivi.
Tuttavia restava il sistema scolastico precedente: scuola elementare quinquennale e i tre anni successivi divisi in “scuola media” (che permetteva di proseguire gli studi grazie alla materia del latino) e “scuola di avviamento professionale” (che senza l'insegnamento del latino, escludeva da qualsiasi proseguimento degli studi). Quest'ultima sarà abolita con la riforma della scuola media unica nel 1962.
Il 6 agosto 1948 fu inaugurato dal presidente del Consiglio De Gasperi e dal ministro Gonella il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione con competenze dalla scuola primaria a quella universitaria

(informazioni ricavate dal web e dai testi di storia)

La Redazione

L'ITALIA E L'ALFABETIZZAZIONE 2) La scolarizzazione nell'età della Sinistra Storica

Con la Legge Coppino, promossa dalla Sinistra "storica" nel 1877, si stabilirono sanzioni per chi evadesse l’obbligo scolastico, specificando che tale obbligo non poteva essere certamente preteso da parte di coloro che non avevano possibilità economiche adeguate per attuarlo, di coloro che fossero ammalati e di quelli, infine, che fossero troppo distanti da una sede scolastica. Dunque, ci si impegnava a rendere operante l’obbligo scolastico, almeno per un triennio, dai 6 ai 9 anni di età, si avvertivano miglioramenti, non solo in termini economici, ma altresì in termini di autonomia per i maestri e per i professori e si pose maggiore attenzione ai problemi dell’istruzione tecnica e professionale.  La legge conferì inoltre un riordinamento dell’insegnamento elementare, prolungato da quattro a cinque anni, di cui erano obbligatori i primi tre, che costituivano il corso inferiore. Dai provvedimenti legislativi, comunque, emergeva che la scuola cercava di fornire, da una parte, la prima forma di assimilazione dei valori cittadini a chi veniva dalla campagna, dall’altra cominciava a sostituire, nei ceti urbani, la cultura artigiana che andava sempre più esaurendosi.Inoltre, si cercava di recuperare i ceti subalterni e anche popolari, cercando di fare in modo che la scuola riuscisse ad integrarsi e si impegnasse più organicamente nel passaggio da una società sostanzialmente agricola ad una società in via di sviluppo industriale. Questa linea, veniva ribadita non solo dai Programmi e dalle circolari Ministeriali, ma anche e soprattutto, dalla tipologia dei libri scolastici suggeriti ed adottati, che rappresentavano certamente l’operazione più incisiva e accurata volta ad acculturare il popolo sulla base di principi, di ideali e di comportamenti strettamente funzionali agli interessi della classe dirigente.In Italia, dunque, cominciava a mettersi in moto il processo che nella prima metà del secolo XIX si era manifestato nella maggior parte degli stati: un crescente interesse per l’alfabetizzazione e la scolarizzazione del popolo, che si tradusse in disposizioni legislative dirette a riordinare e generalizzare la scuola di base, gestita o controllata dallo Stato.
Nel periodo immediatamente successivo all'unificazione, l’acculturazione degli strati inferiori della società divenne questione di grande interesse: economisti, politici, proprietari terrieri e in seguito i protagonisti della prima industrializzazione, guidarono l’operazione di conquista culturale delle masse popolari. La borghesia risorgimentale sentiva l’urgenza di conquistare il popolo non tanto a progetti politici di cui essa sola riteneva di poter e dover sopportare il peso quanto ai propositi di rinascita economica e di conquista di quel grado di “civiltà” considerato indispensabile alla fondazione morale del nuovo stato.
Più tardi, nei primi decenni dopo l’Unità, la parte più dinamica e di più larghe vedute della classe dirigente si pose il problema di fondare sulla trasmissione di una serie di comportamenti ispirati ai valori centrali del lavoro e della patria, l’unificazione reale e lo sviluppo industriale del paese.
Al momento nell’Unità gli analfabeti erano il 74,7%, dopo cinquant’anni, nel 1911, erano il 37,9%.
Un risultato significativo se si pensa che la progressiva sconfitta dell’analfabetismo si accompagnava ad una importante riforma degli atteggiamenti e dei valori della cultura popolare.

(informazioni ricavate dal web e dai testi di storia)

La Redazione

  

L'ITALIA E L'ALFABETIZZAZIONE 1) La scolarizzazione nell'età della Destra Storica

Una delle grandi questioni che l’Italia dovette fronteggiare nel suo costituirsi a Stato Nazionale moderno fu quella di realizzare una coscienza unitaria nei cittadini: questo compito venne affidato in gran parte alla scuola.
Nel 1861 l’Italia eredita dagli Stati preunitari una situazione scolastica depressa e particolarmente deprimente, fortemente pregiudicata sia dal profondo divario fra le varie aree, sia dall’atteggiamento del clero, rivolto per lo più a preservare lo status quo, nel convincimento che l’istruzione per la maggior parte della popolazione potesse essere dannosa in quanto stimolo per ambizioni eccessive e rischiosamente ribelli.
Questa situazione, unita alla condizione di miseria e di ingiustizia, alle arretratezze dei vecchi stati, non costituì certamente il terreno più adatto alla nascita di una nuova ‘scuola’.
 Il processo di modernizzazione dell'istituzione scolastica appare infatti lungo, articolato, difficoltoso e attraversato da dinamiche e scelte complesse riguardanti sia l’aspetto legislativo sia quello più strettamente pedagogico.
La legge Casati (promulgata da Vittorio Emanuele II il 13 novembre 1859) rappresenta l’atto di nascita del sistema scolastico italiano.
L’ordinamento degli studi previsti dalla legge riguardava l’istruzione superiore impartita nell’università, l’istruzione secondaria (classica, tecnica, normale), l’istruzione elementare, gratuita ed articolata in due gradi, inferiore e superiore, della durata di due anni ciascuno.
La legge era basata sui sistemi scolastici lombardi e piemontesi nell’affidare l’istruzione elementare ai comuni, nello scegliere come asse culturale portante il sistema liceo – università a detrimento di altri ordini di studi, in particolare quello tecnico-professionale, e nell’esaltare l’accentramento e l’uniformità calata dall’alto: ciò metteva in evidenza la volontà di selezionare una classe dirigente ristretta, ma ben preparata, e di fondare la selezione sulla cultura umanistica.
La legge, ad ogni buon conto, ebbe il merito di essere organica e di essere stata approvata per tempo, ancora prima che l’unità geografica dell’Italia fosse compiuta e, soprattutto, di aver affermato l’obbligo e la gratuità della frequenza: tuttavia, essa non considerò le difformità delle situazioni e i peculiari bisogni socio-culturali ed educativi delle popolazioni locali.
Questa, peraltro, non fu altro che una scelta speculare del generale orientamento dell’ala conservatrice, che voleva privilegiare i ceti borghesi ed era refrattaria ad intendere il valore essenziale del capitale intellettuale per lo sviluppo dell’Italia, nonché la ricaduta socio-economica di un’istruzione di base più capillare e qualificata.
La cultura del popolo rimaneva purtroppo ristretta ad uno scarno corso che, nella maggior parte dei comuni, non andava oltre il secondo anno di studio, e ad una scuola tecnica costituita solo nei centri più importanti.
Due forme di scuola quali gli asili infantili, indispensabili per superare la crisi della famiglia operaia dovuta all’occupazione della donna nell’industria, e i corsi professionali, capaci di portare la classe lavoratrice nel vivo dell’attività produttiva e della cultura nazionale, vennero, invece, dallo Stato completamente trascurati.
Questo apparve ancora più grave quando la legge Casati fu allargata alle regioni meridionali e centrali, dove l’analfabetismo era molto diffuso e le condizioni sociali e culturali assai più arretrate.
Nel Mezzogiorno, infatti, la scuola esisteva solo sulla carta, ed era affidata alla responsabilità di comuni dissestati o dominati da fazioni reazionarie e comunque, dove esisteva, si limitava a raccogliere "per poche ore solo un numero ristretto di fanciulli"; il carico imposto alla scuola di formare lo spirito unitario e di destare le intelligenze apparve, pertanto, subito sproporzionato: la scarsa istruzione non compensava la grande miseria, non cancellava le ingiustizie e le sopraffazioni, non rendeva sopportabili le tasse.

(informazioni ricavate dal web e dai testi di storia)

La Redazione