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domenica 8 ottobre 2017

La mia Irlanda

Dopo l'articolo di Kristel Lázaro Rugel, che ci ha raccontato la sua esperienza in Brasile, ecco quello di Serena Cosso, sempre della V E tur, che condivide con noi il suo fantastico anno in Irlanda. Buona lettura!

L’esperienza migliore che mi sia mai capitata è stata senz’altro la possibilità di poter vivere per un anno all’estero e più precisamente in Irlanda.
Trasferirsi all’estero può essere straordinario e spaventoso allo stesso tempo.
È straordinario perché ti dà la possibilità di entrare a contatto 24 ore su 24 con persone con una cultura e un modo di vivere che, anche se apparentemente può sembrare molto simile, in realtà è completamente differente.
È allo stesso tempo spaventoso perché, oltre all’ostacolo della lingua, c’è anche il fatto di dover ricominciare da capo, provando a costruirsi una nuova vita ripartendo da zero, abbandonando tutte le vecchie abitudini e conformandosi allo stile di vita del posto, senza contare il fatto che si è da soli perché, amici e parenti sono a chilometri di distanza… di conseguenza bisogna rimboccarsi le maniche fin da subito e cercare di abituarsi alla nuova vita il prima possibile.
Il primo giorno, quando sono arrivata all’aeroporto di Dublino e ho incontrato quella che sarebbe stata la mia nuova famiglia da lì a nove mesi, ricordo che la prima cosa che ho pensato è stata quella di prendere il primo aereo per l’Italia e tornare indietro da dove ero venuta. Non riuscivo né a capire né a dire una sola parola in inglese e mi sembrava di aver fatto un passo molto più lungo della gamba.
Non posso nascondere che i primi mesi sono stati tosti.
Dopo le prime settimane in cui, nonostante la lingua, tutto era bellissimo perché una novità, la mancanza da casa iniziava a farsi sentire e di conseguenza tutto sembrava terribile… fortunatamente però era solo un periodo e infatti, una volta ambientata, non avrei mai più voluto andarmene.
Nella mia famiglia eravamo in quattro, se consideriamo anche il cane.
Mia “mamma” si chiamava Linda, aveva 52 anni e lavorava in una farmacia.
Mio “papà” si chiamava Sean aveva 70 anni e lavorava come addetto alla pulizia dei tappeti all’interno degli alberghi. Purtroppo i miei “genitori” non avevano figli, ma avevano una cagnolina che si chiamava Isabella, aveva 1 anno ed era un Labrador nero.
Per i primi tre mesi (da Settembre a Dicembre) ho anche vissuto con una ragazza spagnola di 16 anni, che si chiamava Maria.
La mia, come tutte le altre, era una casetta indipendente con giardino e, a differenza di altre mie compagne più dislocate, era molto comoda perché nel centro abitato.
Templemore, è una cittadina di soli 6.000 abitanti ed è situata in una posizione strategica, perché equidistante da Dublino, Cork, Limerick e Galway (solo due ore e mezza). Il suo clima è quasi sempre grigio e piovoso, ma il verde che la circonda è abbagliante. Per quanto sia piccola, ci sono ristoranti italiani, arabi e cinesi, supermercati, una biblioteca, una stazione di polizia, un hotel con una discoteca, un ufficio postale, piccoli negozietti e ovviamente i caratteristici e numerosi Irish Pub.
Cosa dire riguardo al cibo?
La maggior parte dei loro piatti è fritta e di solito consiste in pasti precotti.
Gli irlandesi non sono abituati a pranzare. Di solito, infatti, fanno una colazione molto sostanziosa a base di salsicce, pomodori, funghi, uova, pudding e bacon, il tutto accompagnato con latte, caffé o tea. Durante la giornata anziché pranzare fanno merenda e intorno alle 16:30/17:00 viene già servita la cena, concludendo alle 21:00 con dei ricchi panini.
La frutta e la verdura scarseggiano sulle loro tavole mentre pane, patate e salse abbondano ovunque.
I piatti tipici irlandesi sono: lo stufato irlandese, bacon bollito con cavolo, pudding (sia nero che bianco), salmone irlandese affumicato e pane integrale. Mangiano molti dolciumi e torte, quelli tipici sono sopratutto la torta di mele, quella di rabarbaro e le cheesecake.
L’acqua non fa parte delle loro abitudini… preferiscono accompagnare i loro pasti con Coca Cola, Sprite, aranciata, latte o tea!!! Le tipiche bibite irlandesi sono il sidro di mela Bullmers, la birra Smithwick’s e ovviamente la Guinness, che in realtà non è così diffusa tra i ragazzi perché a loro detta, è troppo pesante e soprattutto amara.
Il sistema scolastico irlandese è completamente differente da quello italiano. Innanzitutto bisogna indossare la divisa sia nella scuola primaria che in quella secondaria. Non esistono gli indirizzi o le specializzazioni, ma soltanto un notevole numero di materie a scelta. Alcune di queste sono obbligatorie come per esempio Matematica, Inglese, Religione, Ginnastica, Career ed Enterprise. Inoltre, durante il corso dell’anno, lo studente può decidere di cambiare materie e, laddove possibile, anche il livello.
Le giornate scolastiche iniziano alle 9:00 anziché alle 8:00, per finire poi alle 15:40 interrotte solo dalla pausa merenda e quella per il pranzo (che può essere consumato nella mensa interna). La durata delle lezioni è di 35/40 minuti e alla fine di ogni materia sono gli studenti a dover cambiare classe in base alla lezione successiva e non i professori. La mia ex-scuola si chiama Our Lady’s Templemore è enorme e super attrezzata, infatti ogni classe ha una lavagna multimediale ed un computer. Ci sono circa quattro aule di informatica, tre laboratori di chimica, biologia e fisica, una palestra, un laboratorio d’arte, una classe di musica con nuovissimi strumenti musicali, due aule di falegnameria e due librerie. Ci sono inoltre un’ area di ritrovo e due cortili su entrambi i lati dell’edificio.
Offre una grande quantità di attività extrascolastiche tra cui la possibilità di partecipare al coro della scuola, all’orchestra o ad un’attività sportiva come basket, calcio, pallavolo, hokey o hurling.
L’hurling è un antico sport irlandese di origini preistoriche ma che viene giocato ancora adesso a distanza di 3000 anni. Lo scopo del gioco è quello di fare goal colpendo una pallina chiamata “sliotar” utilizzando solo una mazza di legno detta “hurler”.
L’attuale squadra di hurling della mia scuola è molto forte e infatti quest’anno, per la prima volta dopo 39 anni ha vinto la Dr. Hurty Cup, una competizione a livello nazionale.
L’elevato costo dei mezzi di trasporto e l’impossibilità dei miei genitori di accompagnarmi, mi ha limitato negli spostamenti e nei viaggi interni. Nonostante tutto però non mi sono persa il festeggiamento più sentito dagli irlandesi: il St. Patrick’s Day.
Penso che tra tutte le festività Irlandesi, questa sia la mia preferita. È incredibile vedere quanto gli Irlandesi siano legati a tale evento. Iniziano ad organizzarsi già da Gennaio, con parate, costumi, cori e cene.
In questa giornata ho deciso di godermi la parata a Limerick poiché andare a Dublino era impossibile anche solo da pensare, considerando che la città era tutta bloccata già dalla giornata precedente.
Nonostante quel giorno fosse piovoso e freddo era possibile sentire lo spirito irlandese in ogni caso. Ti senti irlandese pur non essendolo ed è una sensazione bellissima. È l’occasione per vestirsi nella maniera più bizzarra e stravagante, senza la preoccupazione di essere giudicato. Si può incontrare gente di ogni tipo a partire da folletti, trifogli, fatine e persone con la bandiera irlandese dipinta su tutta la faccia. I festeggiamenti iniziano alle 8 del mattino e durano fino all’indomani senza mai fermarsi. Ahimè questo succede anche riguardo al bere, infatti dopo poche ore molta gente è già completante ubriaca.
Ci sarebbero ancora tantissime altre cose da raccontare ma concludo con il dire che il calore e l’accoglienza irlandese, mi hanno reso questa un’esperienza indimenticabile. Mi hanno messo alla prova con me stessa, mi hanno fatto crescere molto sotto alcuni aspetti e sicuramente mi hanno aiutato ad affrontare la mia timidezza.
Mi sento fortunata per la bellissima opportunità che mi è stata offerta, che ripeterei un altro milione di volte e che consiglierei senza ombra di dubbio a chi volesse vivere qualcosa di così straordinario.

Serena Cosso, V E tur 

mercoledì 16 marzo 2016

Unioni civili: persone, non stereotipi!

Da anni, in Italia e nel mondo, esistono coppie di omosessuali che vivono insieme proprio come una famiglia ma, a causa dell’assenza di una giurisprudenza al riguardo, non possono legalizzare la loro unione. In alcuni Paesi esistono leggi che regolamentano queste unioni ma, sfortunatamente, questo non accade ovunque.

*      Matrimonio gay?

Il matrimonio gay è la legalizzazione civile dell’unione di due persone dello stesso sesso. Questo comporta l’acquisizione di diritti e doveri da parte della coppia come la possibilità di ereditare in caso di morte del coniuge, di prendere decisioni sulla salute del partner, di godere di sconti famiglia, di avere tutele in caso di separazione, di usufruire della pensione del coniuge etc.
Attualmente i Paesi in cui la possibilità di contrarre un matrimonio tra persone dello stesso sesso  è prevista dalla legislazione sono:  Paesi Bassi, Belgio, Spagna, Portogallo, Canada, Sudafrica, Svezia, Norvegia, Danimarca, Islanda, Argentina, Messico ed in alcuni stati degli USA come Massachusetts, Connecticut, Iowa, Vermont, New Hampshire, New York e Washington DC.
Per unione civile, invece, si intende la convivenza tra due persone non necessariamente omosessuali. Anche questo tipo di legame comporta alcuni diritti per i coniugi. Così come nel caso dei matrimoni gay, le unioni civili non sono legalmente riconosciute in tutto il mondo. I Paesi che non prevedono una legislazione al riguardo sono: Bulgaria, Cipro, Estonia, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Liechtenstein, Malta, Polonia, Romania e Slovacchia.
L’acronimo Pacs sta per Pacte civil de solidarité cioè Patto Civile di Solidarietà ed è una forma di unione civile accettata per la prima volta in Francia nel 1999. Possono accedere ai Pacs non solo le coppie omosessuali ma qualunque coppia che intenda legalizzare la propria unione senza dover necessariamente ricorrere all’istituzione del matrimonio. Sottoscrivendo questa unione le coppie possono godere di alcuni diritti come l’assistenza del partner in ospedale, prendere decisioni sulla salute e sulla vita del proprio compagno, ereditare in caso di decesso.

A volte la gente dice “matrimoni ok, ma adozioni no” e tu devi sempre stare lì a sentire gli stessi pregiudizi, le stesse frasi fatte, e devi dare sempre le stesse risposte, quando magari a loro neanche interessano. Perché è vero, alla maggior parte delle persone a cui piace dire “no” ad una cosa non gli interessa sapere perché sarebbe sbagliato, vuole avere ragione ad ogni costo senza sapere a cosa sta dicendo “no”.  
I bambini, per crescere bene, avrebbero bisogno di una madre e di un padre e, non sono né il numero né il genere dei genitori (adottivi o no che siano) a garantire di per sé le condizioni di sviluppo migliori per i bambini, bensì la loro capacità di assumere questi ruoli e le responsabilità educative che ne derivano. In particolare, ciò che è importante per il benessere dei bambini è la qualità dell’ambiente familiare che i genitori forniscono loro, indipendentemente dal fatto che essi siano conviventi, separati, risposati, single, dello stesso sesso. I bambini hanno bisogno di adulti in grado di garantire loro cura e protezione,insegnare il senso del limite, favorire tanto l’esperienza dell’appartenenza quanto quella dell’autonomia, negoziare conflitti e divergenze, superare incertezze e paure, sviluppare competenze emotive e sociali.

*     Le persone omosessuali sono dei buoni genitori?

Sì, le persone omosessuali possono essere dei buoni genitori, nel senso che l’essere buoni o cattivi genitori non dipende dall’orientamento sessuale né dall’essere donna o uomo ma da come si è, da soli e in coppia, e da quello che passa nella relazione col proprio figlio.

Secondo l’American Academy of Pediatrics, sono molti i fattori che possono ostacolare un sano sviluppo psicologico di un bambino, ad esempio la povertà, il divorzio, la depressione di un genitore, l’abuso di sostanze da parte di quest’ultimo, la violenza domestica, ma l’orientamento sessuale dei genitori non rientra tra tali fattori.
Trent’anni di studi rilevano come le risorse sociali ed economiche di una famiglia e la forza delle relazioni tra i suoi membri siano elementi molto più importanti dell’orientamento o del genere sessuale dei genitori nell’influenzare il benessere e lo sviluppo dei figli.

Bambini e adolescenti cresciuti da genitori omosessuali hanno un funzionamento emotivo, cognitivo, sociale e sessuale analogo a quello di bambini e adolescenti cresciuti da genitori eterosessuali. Il loro benessere dipende dalla qualità delle relazioni che hanno con i loro genitori, dalla sicurezza e competenza educativa di questi ultimi e dalla presenza di un sostegno sociale ed economico per la famiglia e non dall’orientamento o dal genere sessuale dei genitori.

Il problema di quelli che dicono “no” alle adozioni è che, in fondo, hanno paura. Usano i bambini per farsi scudo delle loro paure perché non sono veramente i bambini che a loro interessano. Se a loro interessasse il loro bene, s’informerebbero prima di dire “no”. Loro hanno paura perché cade una loro certezza: il mondo cambia, le persone non vogliono più stare in certe gabbie e decidono di costruirsi una famiglia con la persona che amano -anche se dello stesso sesso, e a loro questo fa paura. Se prima conoscevano un solo modo per fare famiglia e il movimento lgbt gliene mostra degli altri, scatta il meccanismo di difesa.
Mi ricorda un po’ una cosa che, credo tutti, abbiamo studiato in storia: si parla per la prima volta di una cosa nuova, una rivoluzione che a tutti fa paura, della Terra che gira intorno al Sole. Tutti credevano, come dopotutto è scritto sulla Bibbia, che fosse il Sole a girare intorno alla Terra e a chi ha provato a dire il contrario vi ricordate cos’è successo?
Si ripete tutto, è questo il fatto. Il mondo va avanti ma le persone in fondo sono sempre le stesse: davanti ad un cambiamento, ad una scoperta, ci si tappa gli occhi, le orecchie e si cerca di far star zitto chi cerca di parlarne. È questo il meccanismo di difesa di cui parlo.
Poi si parla di imposizione. Gli omofobi sono convinti che gli lgbt cerchino di imporre loro questa“novità”. No. Per alcuni la famiglia è solo uomo e donna con figli? Va bene, ma non cercare di imporre questo modello di famiglia a tutta la società; nessuno vieta di costruirsi una famiglia con padre, madre e figli, ma allo stesso tempo noi alcune persone vorrebbero poter costruire la loro famiglia come la preferiscono.

Molti sono ancora ancorati all’idea che senza una madre, i bambini in una famiglia con due padri ne soffrano. La verità è che non è vero. 
La società maschilista ha inculcato nella testa della gente l’idea che sia la donna a doversi occupare dei figli. Il padre è più austero e la madre dolce? Non è vero, è questione di carattere. E il carattere non è dato dai genitali.
Una donna non è forza dolce e un uomo non è per forza austero. E non c’è nulla di strano in una donna austera e in un uomo dolce. Da nessuna parte c’è scritto che deve essere per forza l’uomo, il padre, a dover dare un’educazione severa ai figli mentre la donna, la madre, li coccola. Sono stereotipi, immagini che ci portiamo dietro da anni e anni, accentuati con il nazismo, ma restano questo: STEREOTIPI.

Le cosiddette figure materne e paterne sono in realtà dei ruoli “inventati”, dove il padre dava l’educazione e la madre allevava i figli, ma essendo questioni di carattere e non certo qualcosa dato dai genitali che abbiamo fra le gambe, allora anche un genitore dello stesso sesso può ricoprire il ruolo della “figura materna” e “figura paterna”.
È una rivoluzione copernicana. Perché dietro a questo cambiamento c’è l’abbattimento di un pregiudizio pesante, che metteva radici dappertutto: l’idea che il maschile non potesse essere allineato sul piano della cura, perché la cura era esclusivo terreno delle donne, e che solo le donne avrebbero potuto esercitarla. Il desiderio di un uomo di stare fisicamente accanto al proprio figlio era stato cancellato, e criminalizzato,da una prassi (e una teoria) molto poco analitica, un lavoro in grosso che nessuno osava mettere in discussione. Come figli prima che come padri, alcuni uomini hanno voluto far capire quello che provavano, e si sono così ribellati, prendendosi quello che gli era stato tolto: il diritto ad amare. Molti di loro hanno scelto di starsene a casa, di dare da mangiare ai figli, di accudirli, di vigilare su di loro nei riti di passaggio. 
“Mammi”? No. Non sono mammi, sono padri. Inequivocabilmente padri. E sono nuovi padri. Sono uomini che non ci stanno più a essere chiusi in un ruolo che ha significato aumento di potere nella dimensione pubblica, ma sottrazione di autorità nella dimensione dei sentimenti e degli affetti.


Io ho provato ad immedesimarmi nella situazione. E voi, se vi venisse offerta la possibilità di scegliere tra, il poter essere adottati da una coppia omosessuale nella quale potersi sentire amati, seguiti, protetti, sentirsi parte di una famiglia e in particolare sentirsi unici, piuttosto che, rimanere all’interno di un istituto nel quale siete seguiti e prottetti ma non vi potrete mai sentire veramente unici… cosa scegliereste? Personalmente preferirei venire adottata da una una coppia alternativa anche se non completamente convenzionale.
Serena Cosso III E tur

martedì 8 dicembre 2015

Musica: cura e vita


La Musica ed il Canto, in particolar modo nei giovani, sono prima di tutto comunicazione e suscitano le emozioni più intense, i sentimenti più nobili, sviluppando nel tempo stesso innata capacità di aggregazione e consapevolezza della loro dimensione spirituale e della loro positiva influenza sull’educazione e sull’animo dell’uomo.
La Musica ed il Canto, con i loro valori universali, riescono a superare le barriere geografiche, linguistiche, sociali e sono un elemento importantissimo per la costruzione di una società del futuro rispettosa dei valori.
La Musica ed il Canto, momenti imprescindibili della formazione culturale ed umana di ogni individuo, rilassano, esaltano i sentimenti, fanno volare la fantasia, sviluppano la sensibilità, accrescono il senso del ritmo.
Un’infanzia senza musica o senza canto rende i bambini più tristi e spinge verso l’asocialità e l’intolleranza mentre coltivarne l’amore si rileva fondamentale per lo sviluppo della fantasia e della sensibilità ed indispensabile per l’accrescimento della personalità e dell’apertura nei confronti degli altri.

La Musica come Terapia: Il termine terapia è solitamente collegato ad ambiti strettamente farmacologici, ma la Musicoterapia è in questo caso l'eccezione che conferma la regola. L'utilizzo della Musica con scopo curativo si perde nella notte dei tempi. Dall'antica Grecia vediamo come il dio della musica Apollo sia anche dio della Luce e della Medicina. Apollo, infatti, amava più d'ogni altra cosa le feste e i cori alternati di fanciulli e fanciulle che cantavano e danzavano intorno al suo altare. Dio festoso di un popolo sereno, indovino e guaritore, poeta e musico. Apollo nasconde la potenza segreta dei canti magici.
L'intero corso della vita d'ogni singolo individuo è accompagnato dalla Musica e il riascoltare quel determinato brano che ci ha fatto innamorare o ci lega in qualche modo ad un periodo preciso della nostra esistenza, ci fa emozionare. Perciò il primo gradino per comprendere a fondo la Musica è l'emozione. Emozione che in qualsiasi momento della nostra vita non verrà mai meno. È scientificamente provato che la Musica ristabilisce i ritmi organici fondamentali: ritmo cardiorespiratorio, digestione e rilassamento muscolare e oltre a ciò è l'unica arte ad avere la potenzialità di stimolare sia l'emisfero destro che quello sinistro creando così un "massaggio" rigenerante al nostro cervello; ovviamente con un certo tipo di Musica, ascoltata, soprattutto, in un certo modo.
                                                                                                                    
Tipo di Musica e modo d'ascolto, si differenziano da individuo ad individuo e in relazione allo scopo che si vuole ottenere ma, a parte queste distinzioni la Musica porta oggettivamente un miglioramento alla qualità della vita di là dalla problematica fisica o psichica dell'individuo.
La Musicoterapia si è imposta come tale a metà degli anni '50, non in modo omogeneo ma, la sua importanza si sta continuamente ampliando grazie anche al contributo di ricercatori e medici che hanno riportato in auge, dopo un periodo d'immeritato silenzio questo tipo di terapia.
Era il 1996 quando Rolando Omar Benenzon, musicista e psichiatra argentino, istituisce la Scuola di Musicoterapia nell’università di Buenos Aires, facoltà di medicina, proprio per iniziare a diffondere la sua idea di applicare la musica nel trattamento dei bambini affetti da autismo e psicotici. Egli è convinto che la comprensione dell’identità sonora (detta ISO) è necessaria per capire i processi attraverso i quali la psiche sente e ascolta i suoni e le voci che ci circondano.
Ma la terapia della musica ha origini ben più lontane: già nel 1700 si sono trovate testimonianze di trattati di musicoterapia, scritti dal medico/musicista Richard Brockiesby e persino nelle religioni primitive più antiche e presso tribù (del passato e presenti) sono molti i rituali sciamanici che si avvalgono delle musica per coinvolgere i partecipanti ad immedesimarsi nel clima della condivisione religiosa del nucleo sociale di riferimento. 
I giornali diffusero la notizia che l’ascolto della musica composta da Mozart fosse d’aiuto in diverse fasi della vita dell’individuo: nel ventre materno essa stimola il feto a mobilità e intelligenza mentre un esperimento del 1997 ha dimostrato un fenomeno molto interessante. La Sonata in re maggiore per due pianoforti di Mozart è in grado di migliorare notevolmente le capacità spaziali dei soggetti che l’ascoltano. Anche nell’università del Wisconsin si è riprodotto questo tipo di esperimento, che ha mostrato esattamente gli stessi risultati sui soggetti. In realtà con l’espressione Effetto Mozart si indica l’effetto terapeutico della musica sulla psiche dei soggetti, riscontrati in più di un’occasione come il trattamento dell’epilessia, i cui attacchi diminuiscono notevolmente grazie all’ascolto delle sinfonie più importanti.
Infine proprio nel campo discografico, ultimamente, sono stati prodotti e pubblicizzati CD con finalità terapeutiche; la loro vendita è stata maggiore di quanto preventivato delle stesse case discografiche. Le case discografiche hanno utilizzato per la creazione di queste compilation alcuni studi, non ancora confermati scientificamente, i quali affermano che per ogni disturbo esiste un brano specifico; ad esempio una melodia anti-depressiva sembra essere il "Bolero" di Ravel o contro lo stress da traffico sono indicate "Le quattro stagioni" di Vivaldi, per tranquillizzare i bambini "Pierino e il lupo" di Prokofiev o per rimanere svegli "Sagra della primavera" di Stravinskij.                                                                                                        
Bisogna, però, tener conto che questo tipo di rapporto fra società e musica avviene solo nel mondo occidentale perché nell'emisfero orientale il rapporto con la musica è un po' più totalizzante; infatti, in alcune industrie si usano le sette note perché si è notato che il dipendente lavora con più energia ed il fatturato aumenta.                                                     
Con quest'idea si è portata la musica nei nostri centri commerciali dove, con un certo tipo di musica ad un volume adeguato, s'incrementano le vendite. Altre ricerche eseguite da neurologi tedeschi e canadesi hanno scoperto che alcune zone del cervello si sviluppano maggiormente nelle persone che suonano uno strumento. Anche chi si limita a sentire musica ne trae beneficio; si è appurato che ascoltare brani di una certa complessità aumenta la capacità del cervello di compiere, subito dopo, operazioni astratte come calcoli matematici e fa alzare in modo transitorio il quoziente intellettivo. Se poi la stimolazione musicale va avanti negli anni, l'anatomia della materia grigia può addirittura trasformarsi. Quest'arte così antica e così poco conosciuta può e potrà essere fonte d'infinito beneficio se saputa usare e soprattutto se chi ne usufruirà sarà capace di saperla ascoltare.

Il rapporto tra i giovani e la musica: Il sociologo Finarotti sostiene che i giovani non ascoltano la musica ma la “abitano” perché essa offre un riparo rispetto al mondo, alla società che è e resta terra straniera.
Per noi giovani il concetto di musica è un po’ cambiato rispetto ad altri tempi: essa non è più un’arte, ma un metodo per evadere dal nostro standard di vita. Infatti oggi cerchiamo nella musica un mondo impossibile e irrealizzabile  per sottrarci dai dolori, dalle sofferenze, dai problemi, dalle difficoltà e dalle fatiche di ogni giorno. E’ ormai risaputo che noi adolescenti preferiamo scegliere la via più breve e più semplice.
I ragazzi di oggi la amano più di qualsiasi altra cosa poiché essa offre riparo e sfogo nei momenti difficili che si presentano durante l’adolescenza e la giovinezza; mentre una cosa bella, un’amicizia, un amore possono finire, la musica no. Essa ci sarà sempre, in qualsiasi momento, così ci rifugiamo nel mondo della musica che ci offre un riparo immaginario e intoccabile; ma non vogliamo viverla fino in fondo: ci piace sapere che è sempre disposta ad accoglierci, lei, il mondo migliore che tutti desideriamo, quando siamo oppressi dalla società contemporanea ipocrita, falsa e fondata sul consumismo.
Non esiste infatti un solo istante della vita dei ragazzi che non sia accompagnata dalla musica: la si ascolta la mattina mentre si va a scuola, in autobus finchè si torna a casa, a pranzo, a cena e, perfino finchè non ci si addormenta. Insomma, “è una cosa ossessionante!” (secondo alcuni genitori). In realtà la musica è cosi importante per i ragazzi perché offre spunti di riflessione, a volte è addirittura sinonimo di conforto e, allo stesso tempo, è divertimento.
Quindi noi non viviamo la musica ma la abitiamo soltanto perché ci entriamo senza conoscere l’ambiente e tutto ciò che lo circonda e ne usciamo quando ci fa più comodo, usufruendo di essa solo come un passatempo. Infatti, molte volte, mentre ascoltiamo la musica, pensiamo ad altro o facciamo altre cose, sogniamo ad occhi aperti e ci facciamo cullare dalla sua melodia senza prestare attenzione, senza cercare di capire, di assaporare e gustare ciò che veramente vuol trasmetterci. Tuttavia non penso che siamo completamente estranei ad essa: cerchiamo di interpretare il suo linguaggio e il suo messaggio, ma il più delle volte ascoltiamo e capiamo soltanto ciò che vogliamo sentire, senza badare al suo vero significato che talvolta è ambiguo ed equivoco, forse ostacolato dalle lingue diverse.
Lo stretto rapporto tra giovani e musica risulta quindi quasi scontato: essa è utile in qualsiasi momento, non ci impone obblighi, è divertimento, è conforto, è contatto con gli altri, è riparo, è casa, è cultura, è arte… è qualcosa di positivo.
D’altro canto penso che in noi giovani è cresciuta la passione e la voglia di creare, realizzare ed eseguire la musica: essa è un modo per esprimere e manifestare a tutti le nostre emozioni, ciò che abbiamo veramente dentro di noi, senza tenere conto dei giudizi altrui e soprattutto degli adulti che talvolta ci costringono a reprimere i nostri sentimenti, le nostre opinioni, i nostri pensieri perché non riescono a capirli o non li condividono. Negli ultimi anni vi è stato  un aumento incredibile delle vendite di strumenti musicali e il 40% di questi sono finiti nelle mani degli adolescenti. Questo dimostra che il vivere nella musica non si limita ad ascoltarla, ma comprende anche il suonarla. Quando, ad esempio, si è tristi o arrabbiati, si può prendere il proprio strumento e iniziare a “strimpellare” la propria canzone preferita per cercare di eliminare il dolore e ritrovare la felicità. La musica, tuttavia, non è soltanto ascolto o suono, ma anche ballo e canto. Numerosi ragazzi, infatti, infatti trascorrono le serate a ballare e a cantare a squarciagola la propria canzone preferita. Basandomi sulla mia esperienza personale la musica mi aiuta moltissimo. Mi serve per staccare la spina da ciò che mi circonda e rifugiarmi in una realtà parallela. Per quanto riguarda il canto, inoltre, è per me come una valvola di sfogo, attraverso il quale riesco a esprimere me stessa e a scaricare tutta la rabbia, lo stress, la tristezza e la felicità accumulata durante la giornata o durante la settimana e, permettendomi di sentirmi più libera immediatamente.


Negli ultimi anni il motivo per cui il rapporto tra i giovani e la musica è diventato sempre più stretto, è che le canzoni del nostro tempo riflettono in modo sempre più realistico la vita di tutti i giorni con i suoi problemi delusioni e speranze. Noi giovani ascoltando le canzoni troviamo dei punti in comune tra l’argomento del testo e la nostra vita e ci sentiamo compresi, consolati del fatto che non siamo stati i soli a vivere un’esperienza spiacevole. La musica, inoltre, attraverso le canzoni assolve anche ad un’importante funzione sociale in quanto diventa messaggero di pace e sostenitrice di iniziative umanitarie. La musica è per tutti un’amica discreta sempre pronta a darti una mano senza chiedere nulla in cambio.
Serena Cosso III E tur