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lunedì 16 marzo 2020

I giorni del Corona virus - Il punto di Andrea

Qualche settimana dopo i consueti brindisi di capodanno nell’anno 2020, qualcosa nel nostro pianeta sconvolse la gente, disseminando panico e disinformazione. “Nuovo virus in Cina chiamato Coronavirus”: queste furono le prima parole che rimbombavano ai telegiornali nel primo mese dell’anno.
Giorno dopo giorno i casi aumentavano, e così vennero adottate in Oriente nuove misure per limitare i contagi, tra cui la costruzione di un nuovo ospedale in un tempo record, la limitazione degli spostamenti e la chiusura delle scuole.
Un problema però che a tutto il resto del mondo, compresi noi italiani, sembrava non interessare. Tuttavia, gli italiani, gli europei e ancora i restanti cittadini del mondo non avevano tenuto conto della cosiddetta globalizzazione, fenomeno caratteristico dell’età moderna, che portava allo spostamento di miliardi di persone per viaggi di lavoro o semplicemente di svago. Così, come una macchia d’olio, nel giro di poche settimane il virus si spostò velocemente anche verso l’Europa, e anche lì iniziarono i primi contagi.
Nonostante il problema riguardasse anche la nostra penisola, fu comunque sottovalutato. I casi si potevano contare sulle dita delle mani, sembravano circostanziati, isolati e lontani e sembravano riguardare solo gli anziani, con patologie pregresse. Ma nei giorni seguenti, i casi di positività ai test aumentarono fino a moltiplicarsi; sia che fossero sintomatici o meno, si diffondevano in tutta la nostra penisola, soprattutto al nord.
“Il virus può essere accomunato a una semplice influenza... la mortalità, anzi, è inferiore a quest’ultima”, queste erano le parole rassicuranti degli studiosi e dei medici contro l’allarmismo diffuso della gente, contro le corse ai supermercati nel timore di finire le proprie riserve in casa e non potersi più approvvigionare, contro i primi atti di razzismo che vedevano coinvolti i cinesi che erano diventati il capro espiatorio della situazione.
Passavano i giorni, tra l’inconsapevolezza di alcuni e il troppo allarmismo di altri, ma alle orecchie di tutti una parola diventava sempre più frequente: “positivo”.
Nonostante l’aumento delle misure cautelari ed i nuovi provvedimenti emanati dal Governo per evitare l’eccessiva concentrazione e corsa delle persone negli ospedali, gli infetti continuavano ad aumentare, i numeri erano sempre più alti.
L’effetto sul Paese fu drastico, si cominciò a parlare di possibile crollo del sistema sanitario per insufficienza di posti, materiale e personale volto ad adottare le migliori cure che potessero portare alla guarigione.
Si temeva il crollo dell’economia: gli alberghi rischiavano la chiusura per le manovre politiche che invitavano la gente a spostarsi il meno possibile per non essere contagiati, i ristoranti subivano limitazioni negli orari ed erano costretti a misure restrittive imposte dal Governo stesso. Turismo ed export erano in ginocchio mentre fino a qualche mese prima rappresentavano la principale fonte di reddito italiana.
Gli effetti drammatici aumentavano, mentre le misure preventive non risultano altrettanto valide; i medici non riuscivano a trovare una cura e i commercianti non avevano abbastanza sostegno per portare avanti le loro attività.
La nostra regione, da un punto di vista governativo, fu da subito molto attenta al problema, chiudendo in modo preventivo le scuole, sensibilizzando la popolazione e invitando tutti ad avere particolare cura della propria igiene.
Nella nostra regione ed in particolare a Genova si riuscì a contenere i casi ma nessuno poteva dire quanto e fino a quando. Eravamo tutti in pericolo. chi sembrava prendesse meno seriamente la situazione erano i più giovani. Molte, forse troppe, persone sfruttando le belle giornate, liberi da impegni didattici e, alcuni, lavorativi, approfittavano per godersi il mare, popolando così piccoli borghetti quali Boccadasse, non avendo dunque abbastanza chiara la gravità della situazione e aumentando così, inevitabilmente, la probabilità di ulteriori contagi.
Cosa ne sarà dell’Italia? Cosa ne sarà dell’economia italiana e mondiale? Quante persone supereranno il male che in breve tempo si è trasformato da epidemia a pandemia? Quando inizieranno a diminuire i contagi e soprattutto come riusciranno essi a diminuire? Queste le principali domande a cui nessuno sa dare una risposta, se non il tempo.

Andrea Ciani, V D TUR

domenica 18 novembre 2018

"AMLETO TAKE AWAY": guardare oltre è un dono di pochi


Il 6 novembre ci siamo recati al Teatro Della Tosse per assistere allo spettacolo teatrale di  Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari, intitolato “Amleto take away” dove, oltre a rappresentare la famosissima tragedia shakespeariana, l’attore ha introdotto un racconto su un periodo particolare della sua vita.
Gianfranco Berardi è un attore cieco dall’età di 18 anni a causa dii una malattia degenerativa diagnosticatagli da un ospedale altamente specialistico, dopo una visita a seguito della quale avrebbe dovuto pagare ben venti milioni delle vecchie lire, qualora la diagnosi fosse stata differente dalla temutissima perdita di vista progressiva.
Di quella triste circostanza Gianfranco ha raccontato i particolari commoventi, soffermandosi sulla tenerezza del padre e sulle lacrime di un uomo sconfitto da una notizia contro la quale niente e nessuno poteva più fare nulla, nemmeno la sua – fino ad allora – grande forza di “capo famiglia” .
Niente e nessuno tranne Gianfranco, che da quel giorno decise di reinventarsi la vita, traendo da uno svantaggio l’unico vantaggio possibile : vedere oltre. Smise di apparire di fronte a tutti e iniziò a concentrarsi su ciò che era realmente dentro se stesso. Per questo iniziò ad interessarsi al teatro e scelse di seguire una compagnia che poco dopo si sciolse per proseguire con quella dove attualmente recita, portando la sua esperienza sotto forma di rappresentazioni teatrali e cercando di far riflettere chi prova ad ascoltarlo.
Gianfranco sottolinea come oggi prevalga l’apparire in tutto ciò che ci circonda, come la gente sia manipolata dai social e dalle regole di alterazione del proprio essere che il network impone.
Tutto quanto ruota intorno all’immagine e quanto più essa è modificata, tanto più si è soddisfatti di quello che mostriamo, pur non essendo realmente noi.
L’ironia con cui Gianfranco affronta questa tematica e ci invita a riflettere è racchiusa nel suo “to be or not to fb”, che va a modificare l’essere o non essere shakespeariano ed esaspera il protagonismo dei social nella nostra vita quotidiana. Amleto è per Gianfranco l’esempio più significativo di come la vita possa diventare un continuo dubbio su ciò che sia giusto o sbagliato, su ciò che sia reale o semplicemente appaia.
Cercato dal padre, che si manifesta come spettro, affinché lo vendicasse dallo zio usurpatore del regno e della moglie Gertrude, il giovane principe Amleto sarà combattuto fino al termine della tragedia tra il sentimento di vendetta, il desiderio di suicidio ed una follia che a tratti fingerà per apparire diversamente agli occhi di chi teme gli stia mentendo. La vendetta del padre si consumerà solo alla fine, ma sarà il risultato di tante altre morti e tanto altro dolore a significare che – come Amleto stesso reciterà nel monologo – la morte non naturale non porta ad un dolce sonno, ma solo a tormenti.
E forse Gianfranco proprio questo ha voluto trasmetterci raccontandoci la sua triste storia. Se si fosse fermato a ciò che la vita gli stava togliendo, non avrebbe mai scoperto l’arte che aveva dentro, non avrebbe mai parlato ai giovani come noi, invitandoci a riflettere quanto sbagli la nuova generazione alterando la propria immagine ed il proprio essere in funzione dei social e quanto sbagli anche la vecchia generazione quando rifiuta il cambiamento ed interviene sui segni che il tempo evidenzia.
Ho apprezzato moltissimo i due attori a teatro, ognuno dei due per motivi diversi. A Gianfranco riconosco il merito di aver saputo cogliere da un episodio così negativo un vantaggio per sé e per la propria vita, che gli porta guadagno e che lo fa star bene con se stesso; di Gabriella apprezzo il suo saper rimanere a fianco a chi non può guardare ciò che fai, ma questo vuol dire che anche lei ha trovato un modo per star bene con se stessa, perché ha scelto per sé e non per gli altri. E sui social concordo con Gianfranco, ma guardare oltre è un “dono” di pochi… e nessuno vuole smettere di “vedere”. 
Andrea Ciani, IV D tur

giovedì 22 febbraio 2018

Notizie su cui riflettere

In questi giorni* mi sono documentato molto sulle notizie di attualità per informarmi meglio e provare a svolgere questo mio primo articolo il meglio possibile.
Non è mio solito leggere i giornali, perché, ad essere sincero, non mi interesso molto a fatti di cronaca, gossip o attualità; però in questi  giorni ho scoperto molte cose e, purtroppo, dalla maggior parte di queste sono rimasto colpito negativamente .
Le notizie di cui si è parlato erano di vario genere, ma quelle di maggior tendenza sul sito on line “La Repubblica”, quello che ho consultato maggiormente, riguardavano innanzi tutto l’attentato in Afghanistan, che è un fatto tragico per l’attualità, perché testimonia che in alcuni paesi del mondo  vi è tutt’ora presente un evento spaventoso come la guerra.
A morire in questa tragedia sono state 103 persone e 235 sono i feriti.  La situazione si trascina già da un po’ in questo paese tormentato dalla guerra; anche nostri soldati italiani sono stati inviati da tempo per presidiare quel territorio, e alcuni sono tra quei morti. Questa volta ad aggredire è stato un gruppo di militanti, che ha attaccato la sede delle forze armate
Un’altra notizia di tendenza, che è circolata ovviamente su tutti i giornali, è quella della morte del novantunenne Inguar  Kamprad, creatore dell’azienda multinazionale dell’IKEA, da lui progettata  a 17 anni, nel 1943. Questa notizia è meno tragica, rispetto a  quella di prima, ma colpisce comunque, perché tutti abbiamo in casa qualcosa che proviene dalla sua idea innovativa di mobilia "fai da te".
Un’altra situazione che si trascina da tempo, ma in questo caso nel mondo sportivo, sono i risultati negativi della Roma, che sembra irriconoscibile rispetto a quella squadra che tanto si era apprezzata per il bel gioco due mesi fa; un cambiamento, però in positivo, stavolta lo ha subito il Milan, dato che anche domenica è riuscito a riscuotere una vittoria contro una delle squadre più in forma del campionato: la Lazio.
Ma abbandoniamo il mondo sportivo e citiamo un evento ben più tragico riportato da tutti i giornali, riguardante il deragliamento del treno nei pressi di Milano, che ha provocato la morte di 3 persone e 50 feriti.
Però la notizia che più mi ha colpito e su cui vorrei soffermarmi, è quella della ragazza violentata dal padre nei pressi di Frosinone. Una ragazza di 14 anni ha deciso tramite un tema, anche stimolata dalla traccia dettata dalla professoressa, di raccontare degli abusi su di lei effettuati da parte del padre.
“Scrivi una lettera a tua madre dicendole ciò che le vorresti dire”: è questa la traccia che ha permesso alla ragazza di raccontare le violenze che il padre aveva commesso su di lei.
Il padre era un agente penitenziario, allontanato dal servizio per il vizio del gioco d’azzardo; questa volta l’accusa, però, era molto più grave, infatti la ragazza lo accusava di aver abusato di lei, e non solo una volta.
La prima accadde una mattina, in cui la ragazza non era andata a scuola, e l’uomo se ne approfittò; questo continuò anche altre volte, come racconta la ragazza, che afferma che il padre ormai la aggrediva anche se restavano, anche per cinque minuti, soli in casa. La ragazza sostiene di essere stata abusata almeno 6 o 7 volte, nonostante la Polizia ne abbia riscontrato solo due.
Io subito mi sono chiesto come mai non abbia denunciato prima l’accaduto; la risposta è già stata data, infatti la ragazza aveva già detto tutto alla sorella, confessandole anche che non avrebbe detto nulla "per non turbare l’armonia famigliare"! Il padre, pochi giorni dopo queste accuse, quando la vicenda è trapelata sui giornali, è stato trovato impiccato.
Il mio giudizio ed il mio pensiero al riguardo è che la ragazza ha avuto un grande coraggio a scrivere tutto ciò e ha fatto bene; riguardo al padre, credo che con il suo gesto non si è neppure preso le responsabilità dell’accaduto.
Penso che questi fatti non debbano più accadere, perché sono eventi drammatici. Inoltre se accadono bisogna subito denunciarli, non portarli avanti, per vari motivi, durante il corso del tempo, peggiorando la situazione.

*Come fonte di queste notizie ho usato la piattaforma on line “Repubblica.it” e ho scritto l'articolo il 29 gennaio
Andrea Ciani  3 D tur