«Voi
che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a
sera il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo, che
lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che
muore per un sì o per un no... » |
| (Primo Levi Se questo è un uomo) |
Se questo è un uomo è un'opera memorialistica di Primo Levi scritto tra il dicembre 1945 ed il gennaio 1947. Rappresenta la coinvolgente ma meditata testimonianza di quanto vissuto dall'autore nel campo di concentramento di Auschwitz. Levi sopravvisse infatti alla deportazione nel campo di Monowitz - lager satellite del complesso di Auschwitz e sede dell'impianto
Buna-Werke proprietà della I.G. Farben.
« Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no. » |
Sono questi alcuni dei versi introduttivi del romanzo, ispirati all'antica preghiera dello Shemà, e ne spiegano il titolo.
Primo Levi
Primo Michele Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987) è stato uno scrittore, partigiano, chimico e poeta italiano, autore di racconti, memorie, poesie e romanzi.
Partigiano antifascista, nel 1943 venne catturato dai nazifascisti e quindi nel febbraio dell'anno successivo, deportato nel campo di concentramento di Auschwitz in quanto ebreo. Scampato al lager, tornò avventurosamente in Italia,
dove si dedicò con forte impegno al compito di raccontare le atrocità
viste o subite. Il suo romanzo più famoso, sua opera d'esordio,
Se questo è un uomo,
che racconta le sue terribili esperienze nel campo di sterminio
nazista, è considerato un classico della letteratura mondiale,
inserendosi nel filone della memorialistica autobiografica e nel
cosiddetto neorealismo.
Primo Levi venne trovato morto nell'aprile 1987 alla base
della tromba delle scale di casa sua, a seguito di una caduta: rimane il
dubbio se la caduta, che ne ha provocato la morte, sia dovuta a cause
accidentali o se sia stato un suicidio.
Nasce a Torino il 31 luglio 1919 da Ester Luzzati (1895 – 1991) e Cesare
Levi (1878 – 1942), appartenenti a famiglia di origini ebraiche
proveniente dalla Provenza e dalla Spagna,
Primo Levi visse un'infanzia turbata da alcune incomprensioni con il
padre, dovute a una certa differenza d'età e di carattere. Nel 1934 si iscrisse al Liceo classico Massimo d'Azeglio di Torino, noto per aver ospitato docenti illustri e oppositori del fascismo come Augusto Monti, Franco Antonicelli, Umberto Cosmo, Norberto Bobbio, Cesare Pavese, Massimo Mila, Leone Ginzburg e molti altri. Questi insegnanti furono però allontanati e il clima politico lì presente si raffreddò.
Nel 1937 si diplomò al liceo classico e si iscrisse al corso di laurea in chimica presso l'Università di Torino. Nel novembre del 1938 entrarono in vigore in Italia le leggi razziali,
dopo che in Germania l'antisemitismo si era manifestato attraverso atti
di violenza e sopraffazione. Tali leggi avevano introdotto gravi
discriminazioni ai danni dei cittadini italiani che il regime fascista
considerava "di razza ebraica". Le leggi razziali ebbero un
determinante influsso indiretto sul suo percorso universitario ed
intellettuale.
| « Nella mia
famiglia si accettava, con qualche insofferenza, il fascismo. Mio padre
si era iscritto al partito di malavoglia ma si era pur messo la camicia
nera. Ed io fui balilla e poi avanguardista. Potrei dire che le leggi
razziali restituirono a me, come ad altri, il libero arbitrio. » |

Le leggi razziali
precludevano l'accesso allo studio universitario agli ebrei, ma
concedevano di terminare gli studi a quelli che li avessero già
intrapresi. Levi era in regola con gli esami, ma, a causa delle leggi
razziali, aveva difficoltà a trovare un relatore per la sua tesi, finché
nel 1941
si laureò con lode, con una tesi in chimica. Il diploma di laurea
riporta la precisazione «di razza ebraica». In quel periodo suo padre si
ammalò di tumore.
Le conseguenti difficoltà economiche e le leggi razziali resero
affannosa la ricerca di un impiego. Venne assunto in maniera semi
illegale da un'impresa, con il compito di trovare un metodo
economicamente conveniente per estrarre le tracce di nichel contenute nel materiale di scarto di una cava d'amianto (l'amiantifera di Balangero, anche se Levi, nel suo racconto
Nichel,
non la nomina mai). A questo periodo risalgono i primi esperimenti
letterari, due brevi racconti pubblicati molti anni dopo all'interno
della raccolta
Il sistema periodico.
Nel 1942 si trasferì a Milano, avendo trovato un impiego migliore presso una fabbrica svizzera di medicinali. Qui Levi, assieme ad alcuni amici, venne in contatto con ambienti antifascisti militanti ed entrò nel Partito d'Azione clandestino.
Dopo l'8 settembre 1943 si rifugiò in montagna unendosi a un nucleo partigiano operante in Val d'Aosta.
Il periodo di militanza fra i partigiani del Colle di Joux è stato
quello che Levi stesso ha preferito ricordare di meno. La sua reticenza
sull'esperienza partigiana è stata oggetto di due saggi usciti a pochi
mesi di distanza nel 2013 e una dura polemica giornalistica. Poco dopo, il 13 dicembre 1943, venne arrestato dalla milizia fascista nel villaggio di Amay, sul versante verso Saint-Vincent del Col de Joux (tra Saint-Vincent e Brusson). Interrogato, preferì dichiararsi ebreo piuttosto che partigiano e per questo fu trasferito nel campo di Fossoli insieme al suo generale Luigi Casaburi presso Carpi, in provincia di Modena.
Il 22 febbraio 1944,
Levi ed altri 650 ebrei, donne e uomini, vennero stipati su un treno
merci (oltre 50 individui per vagone) e destinati al campo di sterminio
di Auschwitz in Polonia. Levi fu qui registrato (con il numero 174.517) e subito condotto al campo di Buna-Monowitz, allora conosciuto come Auschwitz III, dove rimase fino alla liberazione da parte dell'Armata Rossa, avvenuta il 27 gennaio 1945. Fu uno dei venti sopravvissuti dei 650 ebrei italiani arrivati con lui al campo.

Levi attribuì la propria sopravvivenza a una serie di incontri e
coincidenze fortunate. Innanzitutto, leggendo pubblicazioni scientifiche
durante i suoi studi, aveva appreso un tedesco elementare. Di rilevante importanza fu parimenti l'incontro con Lorenzo Perrone,
un civile occupato come muratore, il quale, esponendosi a un grande
rischio personale, gli fece avere regolarmente del cibo. In un secondo
momento, verso la fine del 1944,
venne esaminato da una commissione di selezione, incaricata di
reclutare chimici per la Buna, una fabbrica per la produzione di gomma sintetica di proprietà del colosso chimico tedesco IG Farben.
Insieme ad altri due prigionieri (entrambi poi deceduti durante la
marcia di evacuazione) ottenne un posto presso il laboratorio della
Buna, dove svolse mansioni meno faticose ed ebbe la possibilità di
contrabbandare materiale con il quale effettuare transazioni per
ottenere cibo. Nel far ciò si avvalse della collaborazione di un altro
prigioniero a cui era molto legato, Alberto Dalla Volta, anch'egli
italiano. Infine, nel gennaio del 1945, immediatamente prima della liberazione del campo da parte dell'Armata Rossa, si ammalò di scarlattina e venne ricoverato nel Ka-be (dal tedesco
Krankenbau, in italiano "infermeria del campo"), scampando così fortunosamente alla marcia di evacuazione da Auschwitz (nella quale sarebbe morto Alberto, ma non per la scarlattina, malattia che avrebbe già contratto in età infantile).
Il viaggio di ritorno in Italia, narrato nel romanzo
La tregua, sarà lungo e travagliato. Si protrarrà fino ad ottobre, attraverso Polonia, Bielorussia, Ucraina, Romania, Ungheria, Germania ed Austria. L'esperienza nel campo di concentramento lo sconvolse profondamente,fisicamente e psichicamente. Giunto a Torino,
si riprese fisicamente e riallacciò i contatti con i familiari e gli
amici superstiti dell'olocausto. Mosso dalla prorompente necessità di
testimoniare l'incubo vissuto nel lager, si gettò febbrilmente nella scrittura di un romanzo che fosse testimonianza della sua esperienza ad Auschwitz e che verrà intitolato
Se questo è un uomo.
In questo periodo conobbe Lucia Morpurgo (1920-2009), che diventò sua
moglie. Levi ebbe poi ad affermare che questo incontro sarebbe stato
fondamentale per la stesura di
Se questo è un uomo, permettendogli di passare dalla prospettiva dolorosa di un convalescente a quella descritta dall'autore nel libro
Il sistema periodico
con queste parole: "un'opera di chimico che pesa e divide, misura e
giudica su prove certe, e s'industria di rispondere ai perché". Nel 1947 terminò il manoscritto, ma molti editori, tra cui Einaudi,
lo rifiutarono. Venne pubblicato da un piccolo editore, De Silva.
Nonostante la buona accoglienza della critica, inclusa una recensione
favorevole di Italo Calvino su
L'Unità, incontrò uno scarso successo di vendita. Delle 2500 copie stampate, se ne vendettero solo 1500, soprattutto a Torino.
In questo periodo Levi abbandonò il mondo della letteratura e si
dedicò alla professione di chimico. Dopo una breve esperienza come
lavoratore autonomo con un amico, trovò impiego presso la
Siva, una ditta di produzione di vernici di Settimo Torinese, di cui, in seguito, assumerà la direzione fino al pensionamento.
Nel 1956, a una mostra sulla deportazione a Torino,
incontrò uno straordinario riscontro di pubblico. Riprese così fiducia
nei propri mezzi espressivi. Partecipò a numerosi incontri pubblici
(soprattutto nelle scuole) e ripropose
Se questo è un uomo ad Einaudi, che decise di pubblicarlo. Questa nuova edizione incontrò un successo immediato.
Nel 1959 collaborò alle traduzioni delle sue opere in inglese e in tedesco.
Quest'ultima traduzione era particolarmente significativa per Levi. Uno
degli obiettivi che si era proposto scrivendo il suo romanzo era far
comprendere al popolo tedesco che cosa era stato fatto in suo nome e di
fargliene accettare una responsabilità almeno parziale.
Incoraggiato dal successo internazionale, nel 1962, quattordici anni dopo la stesura di
Se questo è un uomo, incominciò a lavorare a un nuovo romanzo sul viaggio di ritorno da Auschwitz. Questo romanzo venne intitolato
La tregua e vinse la prima edizione del Premio Campiello (1963).
Nella sua produzione letteraria successiva, prendendo spunto dalle
proprie esperienze come chimico, l'osservazione della natura e l'impatto
della scienza e della tecnica sulla quotidianità diventarono lo spunto
per originali situazioni narrative. Nel 1975
decise di andare in pensione e di dedicarsi a tempo pieno alla attività
di scrittore. Nello stesso anno uscì la raccolta di racconti
Il sistema periodico,
in cui episodi autobiografici e racconti di fantasia vengono associati
ciascuno ad un elemento chimico. L'opera gli valse il Premio Prato per
la Resistenza. Il 19 ottobre 2006 la Royal Institution del Regno Unito scelse quest'opera come il miglior libro di scienza mai scritto.
Nel 1978 pubblicò
La chiave a stella.
Questo romanzo, concepito durante i suoi numerosi soggiorni lavorativi,
rappresenta un omaggio al lavoro creativo ed in particolare a quel gran
numero di tecnici italiani che hanno lavorato in giro per il mondo a
seguito dei grandi progetti di ingegneria civile portati avanti
dall'industria italiana dell'epoca (anni sessanta e anni settanta). Nel luglio del 1978
La chiave a stella vince il premio Strega.
Nel 1982 tornò al tema della Seconda guerra mondiale, raccontando in
Se non ora, quando? le avventure picaresche
di un gruppo di partigiani ebrei di origini polacche e russe, che
tendono imboscate ai tedeschi sul fronte orientale e giungono ad
attraversare i territori del Reich sconfitto, sino a Milano, da dove alcuni prenderanno la via della Palestina per partecipare alla costruzione dello stato di Israele.
Nel saggio
I sommersi e i salvati (1986) tornò per l'ultima volta sul tema dell'Olocausto,
cercando di analizzare con distacco la sua esperienza, chiedendosi
perché le persone si siano comportate in quel modo ad Auschwitz e perché
alcuni siano sopravvissuti e altri no. In particolare estese la sua
analisi a quella che definì "zona grigia", rappresentata da quegli ebrei
che si erano prestati a lavorare per i tedeschi controllando gli altri
prigionieri nei campi di concentramento.

L'11 aprile del 1987
alle 10:20 del mattino Primo Levi morì cadendo dalla tromba delle scale
della propria casa di Torino in corso re Umberto 75, dando adito al
sospetto che si trattasse di un suicidio. Questa ipotesi appare avvalorata dalla difficile situazione personale
di Levi, che si era fatto carico della madre e della suocera malate. Il
pensiero ed il ricordo del lager avrebbero, inoltre, continuato a
tormentare Levi anche decenni dopo la liberazione, sicché egli sarebbe
in un qualche modo una vittima ritardata della detenzione ad Auschwitz.
Il suicidio di Levi rimane comunque un'ipotesi contestata da molti,
poiché lo scrittore non aveva dimostrato in alcun modo l'intenzione di
uccidersi e anzi aveva dei piani in corso per l'immediato futuro.
Primo Levi non era religioso: «... io, il non credente, ed ancor meno credente dopo la stagione di Auschwitz...» e radicalizzò il suo ateismo
dopo la terribile esperienza del lager: «C'è Auschwitz, dunque non può
esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la
trovo.», dichiarò in un'intervista.
Le spoglie dello scrittore riposano presso il campo israelitico del Cimitero monumentale di Torino.
Lo stile letterario di Primo Levi, come emerge dalle sue maggiori
opere, è uno stile di stampo realista-descrittivo. Si tratta infatti di
una narrazione asciutta, sintetica ed esauriente quanto basta per
comprendere i sentimenti e lo sfondo sociale dell'ambientazione
dell'opera: stile che ben si adatta al vasto pubblico a cui Levi intende
rivolgersi, in special modo nella trattazione di un argomento di
estrema importanza, come quello della prigionia in un Lager.
Esistono comunque differenze significative tra le varie opere, soprattutto
Se questo è un uomo.
L'opera prima fu infatti composta molto rapidamente, quasi con furia,
sentendo incalzare la necessità di testimoniare il dramma, ancora molto
recente all'epoca dei fatti; per le opere successive, a partire da
La tregua,
Levi compone i propri libri in modo molto più sistematico, dandosi
precise scadenze e scrivendo praticamente in orari prestabiliti. Questo
dato composito è chiaramente rilevabile durante la lettura: se lo stile
di
Se questo è un uomo tradisce tutta l'urgenza della testimonianza immediata del sopravvissuto, ne
La tregua si riflette un'emozione differente.
Se questo è un uomo - Scrittura e pubblicazione
Il testo venne scritto non per muovere accuse ai colpevoli, ma come
testimonianza di un avvenimento storico e tragico. Lo stesso Levi diceva
testualmente che il libro era nato fin dai giorni di lager per il bisogno irrinunciabile di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi ed è scritto per soddisfare questo bisogno. L'opera, durante la sua genesi, fu comunque oggetto di rielaborazione. Al primo impulso da parte di Levi, quello di
testimoniare l'accaduto, seguì un secondo, mirato ad elaborare l'esperienza vissuta, il che avvenne grazie ai tentativi di
spiegare in qualche modo l'incredibile verità dei lager nazisti.
Il destino del libro doveva rivelarsi in un qualche modo
imprevedibile, paragonabile da questo punto di vista alla sorte umana
con i suoi più impensati alti e bassi: infatti il manoscritto fu rifiutato da Einaudi in due occasioni, nel 1947 e nel 1952, visto favorevolmente da Natalia Ginzburg ma non da Cesare Pavese
[4].
Venne dato alle stampe dalla casa editrice Francesco De Silva, che fece
uscire però solo duemilacinquecento copie. Il successo e la notorietà
del libro si fecero attendere fino al 1958, anno in cui l'opera veniva ripubblicata proprio da Einaudi.
Anche dopo la pubblicazione, la scrittura dell'esperienza personale
vissuta alla fine della guerra rimase perennemente un lavoro in corso.
Successivamente a
Se questo è un uomo venne ad esempio pubblicato il romanzo
La tregua,
che descrive l'interminabile viaggio nei paesi dell'est in cui era
stato coinvolto Levi dopo la liberazione del campo. Quest'opera deve il
suo titolo al fatto di rappresentare una fase in cui la mente del
protagonista resta in parte libera dal pensiero assillante della
prigionia. Un pensiero che comunque lo avrebbe riassalito al momento di
ritornare a casa e anche negli anni successivi. Nel 1986, infatti, venne
alla luce il saggio
I sommersi e i salvati, che tornava a trattare la tematica del lager.
Tematiche
Dopo i versi introduttivi, la
prefazione spiega quanto
importante sia stato, per l'interessato, il fatto di essere stato
internato solo nel 1944, periodo in cui le condizioni dei prigionieri
erano ormai migliorate. L'autore precisa di non aver inventato nessuno
degli avvenimenti narrati.
È essenziale, da parte dell'autore, lo scopo di alternare la
testimonianza del vissuto ad altri scorci in cui egli assume la
prospettiva dello scienziato (si ricorda che Primo Levi era un chimico e
che svolse queste mansioni anche nel campo di concentramento): la società dei detenuti funziona secondo regole complesse ed
incomprensibili per chi vi è appena arrivato, ma senz'altro oggetto di
analisi da parte del narratore.
Ricoprono tra l'altro un ruolo di primo piano le descrizioni dei
rapporti sociali: Levi si concentra spesso sulla psicologia e sulle
dinamiche di gruppo dei detenuti, indicando come diverse regole della
civilizzazione umana vengano, per cause di forza maggiore, messe a
tacere. Hanno del resto un ruolo di primo piano le doti di carattere, gli
stratagemmi ed i sotterfugi necessari per appartenere al gruppo dei
privilegiati che sopravviveranno, se non all'intera durata della
detenzione, almeno al prossimo periodo di crisi e terrore.
Riassunto
L'enunciazione di eventi e situazioni segue tendenzialmente l'ordine cronologico, nonostante vi siano numerose eccezioni.
- Il primo capitolo (Il viaggio) spiega la situazione degli ebrei italiani deportati a Fossoli nel campo di transito.
Il trasferimento in Germania è comunque imminente e la maggior parte
dei prigionieri sa di andare incontro alla morte quasi sicura. Il treno
fa tappa al Brennero, a Salisburgo, a Vienna e ancora in Polonia. Nella carrozza ferroviaria i deportati vengono trasportati in condizioni disumane, sicché parecchi di loro muoiono.
- Nel secondo e nel terzo capitolo (Sul fondo ed Iniziazione) vengono descritte le prime scene nel campo di concentramento. A ciascuno dei prigionieri, chiamati in tedesco Häftling, viene assegnato un numero che costituisce la loro nuova identità con
decorrenza immediata. Si tratta di una identità carica peraltro di
significati fin dall'inizio. Al suo arrivo, il protagonista ignora
ancora che grazie a quelle cifre è possibile stabilire provenienza e
grado di anzianità dei vari prigionieri. Fin troppo in fretta si
apprendono le prime leggi del campo, come quella di non fare domande, di
fingere di capire tutto, di saper apprezzare il valore di oggetti
essenziali alla sopravvivenza come le scarpe ed il cucchiaio. Primo Levi
tiene molto a spiegare il variegato panorama linguistico delle varie
comunità etniche, compreso l'uso di termini specifici tedeschi in tutte
le lingue. A proposito di questo paesaggio linguistico variegato, Levi
propone un paragone tra il lager e la torre di Babele.
- Ka-Be è il nome abbreviato dell'infermeria (baracca detta Krankenbau)
che dà il titolo al quarto capitolo. In seguito ad un problema al
piede, Levi viene assegnato a questo blocco, fatto che gli concede una
sorta di tregua per venti giorni, ma non di vera e propria speranza.
Come dovrà capire, il numero che il protagonista porta tatuato sul
braccio si trova di poco al di sotto di duecentomila: dato che il campo
ospita poche decine di migliaia di persone, è logico che centinaia di
migliaia di persone sono state uccise o sono morte di stenti prima
ancora della deportazione del protagonista. Del resto, nel campo regna
qualcosa come la certezza matematica che la maggior parte dei vivi è
destinata a morire a medio termine. È questo quanto un gruppo di
prigionieri ebrei fa capire a Levi, non senza fargli sentire un certo
disprezzo. Questo atteggiamento ostile è in parte dovuto al fatto che il
protagonista - essendo italiano - non parla la loro lingua, lo yiddish.
- Il quinto capitolo, Le nostre notti, contiene tra l'altro una
celebre pagina in cui il protagonista illustra il suo dormiveglia, una
situazione nella quale i confini tra realtà e sogno si dissolvono. Si
tratta dunque di un sonno che non regalerà mai il necessario riposo.
Ogni notte infatti Levi, come gli altri internati, è periodicamente
assalito da due incubi ricorrenti: Il primo riporta l'autore a casa,
ignorato dai suoi amici e familiari mentre racconta le atrocità subite
nel lager; il secondo illude invece Levi d'aver davanti a sé del cibo che poi scompare repentinamente ogni qual volta prova a mangiarlo.
- Il lavoro, sesto capitolo, illustra tra l'altro la scarsa
predisposizione di Levi ai lavori pesanti: dovendo trasportare carichi
di grosse dimensioni, il protagonista rischia di morire estenuato.
Ciononostante, Levi approfitta della solidarietà del compagno di origini
francesi Resnyk, il quale lo aiuta generosamente nei compiti più
gravosi.
- Il settimo capitolo, Una buona giornata, presenta una nuova
fase di tregua nella vita del lager. Il fatto di poter mangiare a
sazietà costituisce un evento eccezionale per i prigionieri, dato che le
dosi di cibo previste dai regolamenti non coprono il fabbisogno
energetico giornaliero. La parvenza di un minimo di normalità, d'altro
canto, favorisce il riemergere della tristezza, altrimenti rimossa
durante le giornate dominate dalle percosse, dalla fame e dalla
spossatezza.
- Il titolo dell'ottavo capitolo, Al di qua del bene e del male, allude all'opera Al di là del bene e del male di Nietzsche.
Al contrario dell'eroe nietzschiano, il prigioniero del lager viene
presentato nella sua nullità. Questo capitolo illustra inoltre il
significato e le ripercussioni di un evento apparentemente banale come
il cambio della biancheria (il cosiddetto Wäschetauschen).
Infatti, sul mercato del lager le camicie dei prigionieri vengono
utilizzate come merce di scambio da cui poter ricavare della stoffa: nel
campo si è sviluppato un mercato nero, una sorta di borsa
soggetta a regole descrivibili con una certa precisione. Il valore di
scambio, quindi il prezzo di cose e materiali è soggetto a sbalzi e ad
improvvise cadute, in funzione della variabile disponibilità dei beni e
dei capricci del mercato: oltre ai meccanismi di domanda e offerta, giocano un ruolo molto importante le manovre di speculazione
messe in atto dai prigionieri. Un imminente cambio della biancheria, ad
esempio, comporta un crollo di valore delle camicie sul mercato nero
non appena reso noto.
- Uno dei capitoli di maggiore importanza è senza dubbio il nono, dedicato a i sommersi ed i salvati
(il titolo di questo capitolo verrà ripreso per battezzare l'importante
saggio del 1986): Levi spiega come questa distinzione (tra candidati
alla sopravvivenza o alla morte) sia per lui di importanza assai
maggiore rispetto a quelle di bene e di male, categorie praticamente
impossibili da definire in maniera obiettiva. Levi passa quindi ad
illustrare le vicende di alcuni detenuti a mo' di exempla:
come mostrano le brevi note biografiche dedicate a questi internati, il
miglior modo per sopravvivere è senza dubbio quello di conquistarsi un
posto al sole facendosi incaricare di mansioni speciali, diventando ad
esempio un cosiddetto Kapo.
La maniera esemplare per far parte dei votati alla morte sicura è
invece quella di adattarsi alle regole ufficiali del campo, per poi
indebolirsi lentamente a causa dell'esaurimento, della denutrizione e
delle malattie.
- Esame di chimica: in seguito a questa prova sostenuta presso
il dottor Pannwitz, Levi viene ammesso alle mansioni di laboratorio. È
questo uno dei principali fattori a garantirne la sopravvivenza nel
lager, sottraendolo al destino dei cosiddetti Muselmänner, cioè dei votati alla morte certa.
- L'undicesimo capitolo, Il canto di Ulisse, è ispirato al ventiseiesimo canto dell'Inferno, in cui viene narrata la vicenda umana di Ulisse, guidato - come Dante
e come Levi - dalla sete di sapere: il protagonista cerca di ricordarsi
i versi danteschi e di tradurli ad un suo compagno di prigionia.
- I fatti dell'estate: questo capitolo si riferisce al tracollo militare dei nazisti, fatto quindi noto ai prigionieri. Neanche alla fine della guerra, dopo lo sbarco in Normandia
e la gigantesca controffensiva sovietica in Russia si sviluppa tra i
prigionieri una speranza vera e propria: i fronti alleati sono infatti
lontanissimi, mentre la necessità di risolvere gli impellenti problemi
della sopravvivenza quotidiana continua ad essere onnipresente.
- Ottobre 1944 (tredicesimo capitolo) illustra la sopravvivenza di Levi ad una retata di selezione da parte dei nazisti, mentre il capitolo Kraus (quattordicesimo) propone il ritratto di un prigioniero del lager.
- Die drei Leute vom Labor (le tre persone del laboratorio)
descrive alcune impressioni sulla nuova vita da chimico del
protagonista, senza tuttavia approfondire le funzioni specifiche del
laboratorio, né le mansioni svolte dal narratore. La presenza di tre
donne crea un effetto estraniante.
- Nel capitolo L'ultimo viene rappresentata la figura amica di
Alberto, il bresciano Alberto Dalla Volta, già nota dai capitoli
precedenti. Costituisce di una specie di alter ego
per il protagonista. Si tratta di un personaggio sempre solidale ed
estremamente ricco di inventiva e diplomazia, nonché di una figura assai
amata nel campo.
- Scritto sotto forma di diario, Storia di dieci giorni costituisce l'epilogo della vicenda. Siccome l'arrivo dell'Armata Rossa
è oramai imminente, i tedeschi decidono di evacuare il campo facendo
partire da Auschwitz almeno i prigionieri sani. Dato che si è ammalato
di scarlattina,
Levi è ricoverato e viene escluso dal trasferimento, senza sapere che
però quella spedizione finirà per portare i prigionieri verso la fine
(si tratta della marcia della morte
ed è questa la sorte riservata ad Alberto). Sopravviveranno invece
diversi dei pazienti che, come Levi, rimangono nel campo. Il
protagonista e altri due prigionieri si daranno da fare per aiutare gli
altri malati della loro baracca mentre aspettano l'arrivo dei sovietici,
avvenuto il 27 gennaio 1945.
Lettura
Le riflessioni dell'autore permettono al lettore di immedesimarsi con
il protagonista ed affiancarlo idealmente nella sua esperienza. Per
questo, la lettura del libro è un'esperienza intensa per il lettore. Si
tratta inoltre di una esperienza che porta alla riflessione e che non di
rado fa sorgere delle domande, per cui Levi ne pubblicò una parte
tentando di rispondere.
Per esempio, il lettore sarà spesso stupito dal fatto che nel libro
si stenta a trovare un giudizio morale negativo nei confronti di
chicchessia. Si cercherà quindi invano una qualche espressione di rancore nei
confronti del nazismo. La mancanza di sentimenti del genere fece parlare
di un modo di scrivere
classico, dunque essenziale e composto,
una scrittura che pone Levi tra i grandi della letteratura. Levi spiegò
in seguito ai lettori che era sua intenzione quella di mantenere un
approccio razionale, assumendo il ruolo del testimone e lasciando al
lettore il compito di formarsi un'opinione sull'accaduto.
Nondimeno, come riportato nell'appendice al romanzo, a Levi venne chiesta una spiegazione sull'origine dell'antisemitismo
nazista. Questa, secondo l'autore, andava inquadrata in un fenomeno più
ampio, quello dell'ostilità sviluppata nei confronti dei diversi. Il lettore intuisce quindi che la scrittura del mondo dei lager può
indicare, in qualche modo, un qualcosa di più ampio che può arrivare ad
abbracciare l'intero mondo della condizione e della natura umana,
tematica cui accennava lo stesso Levi parlando del campi di
concentramento come fonte di sapere sugli uomini e sul mondo, comparabile addirittura ad un gigantesco, irripetibile esperimento.
La metafora dell'Inferno dantesco
Come accennato a proposito del capitolo dedicato ad Ulisse, si incontrano ripetutamente nel libro riferimenti alla Divina Commedia:
la detenzione in un lager viene in qualche modo visto come viaggio
nell'oltretomba, in un mondo dal quale si crede di non poter più uscire,
similmente a quanto accade nell'Inferno dantesco. Si propongono in
quanto segue alcuni dei numerosi riferimenti intertestuali all'opera di Dante:
- Il viaggio verso il lager può essere visto come il trasporto delle anime da traghettare verso l'inferno attraversando il fiume Acheronte, laddove un soldato del campo copre un ruolo simile a quello del tremendo nocchiero Caronte
all'arrivo ad Auschwitz. A differenza di Caronte, il soldato nazista si
esprime con un tono grottescamente cortese per farsi consegnare gli
oggetti di valore dei prigionieri.
- La tristemente nota scritta sul portone di accesso (Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi) viene proposta come una riscrittura dell'incipit del terzo canto dell'Inferno: nella cantica dantesca, la frase riferita alla porta di ingresso (Per me si va nella città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente) indica che attraverso quell'ingresso si accede al mondo dei dannati.
- L'infermeria, detta Ka-Be, viene paragonata al limbo,
un mondo escluso dalle categorie del bene e del male, privo di
punizioni vere e proprie e, in un certo senso, un momento di tregua
durante l'avventura del lager nazista.
- Al momento di sostenere l'esame di chimica per essere trasferito in
laboratorio, il protagonista si imbatte nel dottor Pannwitz, che
rassomiglia in qualche modo ad un giudice infernale. Come il Minosse dantesco (che assegna a ciascuna delle anime dannate un determinato cerchio
dell'inferno e quindi una punizione), il dottore ha la facoltà di
decidere delle mansioni e del destino altrui. Secondo la narrazione di
Levi, il Pannwitz siede formidabilmente: si tratta di un riferimento nascosto al quinto Canto dell'Inferno (Stavvi Minòs orribilmente e ringhia, v. 4).
- Nel capitolo Sul fondo, si indica lo stato di brutale sovvertimento dei valori morali all'interno del lager con i celebri versi danteschi: Qui non ha luogo il Santo Volto! / Qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
Linguaggio dei detenuti di Auschwitz
Di seguito sono riportati alcuni termini utilizzati dai deportati del campo di Auschwitz e utilizzati nel romanzo.
- Block («blocco» o «baracca»): identificava le unità abitative
dove alloggiavano i deportati, in condizioni di inimmaginabile
sovraffollamento, costringendoli a dormire in 3-4 per ogni pagliericcio
disponibile.
- Blocksperre («clausura in baracca»): un ordine che imponeva a
tutti i prigionieri di rientrare nei loro blocchi. Quest'ordine veniva
impartito comunemente in vista di una selektion per evitare che gli internati vi si sottraessero.
- Häftling («prigioniero»): termine che definiva l'internato.
Spesso era utilizzato in associazione con il numero di matricola tatuato
sull'avambraccio sinistro per identificare uno specifico prigioniero.
Ad esempio, Primo Levi era Häftling numero 174.517.
- Ka-Be (abbr. di Krankenbau): l'infermeria del lager.
Kapo:
termine generico che indicava un detenuto che ricopriva una carica
all'interno del campo e che spesso esercitava il comando su altri
deportati.
- Kommando: squadra di lavoro.
- Muselmann («musulmano»), pl. Muselmänner: termine di origine ignota che indicava un prigioniero sfinito dal lavoro e dalla fame, senza più
alcuna volontà di sopravvivenza, destinato alla selezione e quindi alla
morte.
- Sonderkommando: kommando,
composto da prigionieri segregati, che lavorava presso i forni
crematori e aveva l'obbligo di collaborare alle operazioni di
smaltimento dei cadaveri.